C’è qualcosa di profondamente osceno in ciò che è accaduto a Heidi Levine, fotoreporter americana di 64 anni, aggredita da un branco di coloni israeliani ad Abu Falah, in Cisgiordania. E non è soltanto la brutalità dell’aggressione. È il contesto, il metodo, la sostanziale convinzione degli aggressori di poter fare ciò che vogliono, protetti da quella particolare forma d’impunità che nasce quando il fanatismo incontra il potere.
La Levine era lì per fare il suo mestiere. Fotografare. Raccontare. Testimoniare. Non portava armi, non minacciava nessuno. Seguiva contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, un’attività che in qualsiasi paese civile sarebbe considerata agricoltura e che in quella disgraziata terra è diventata una faccenda da affrontare come un’operazione militare.
Poi sono arrivati i coloni. Mascherati, armati di bastoni, alcuni presumibilmente muniti di chiodi. Hanno scaraventato la donna a terra, l’hanno presa a calci, bastonata, derubata. Quattro vertebre fratturate, due costole rotte, quattro ferite da punta. La Levine ha raccontato di aver finto di essere morta, sperando che smettessero. Non hanno smesso.
A salvarla sono stati alcuni giovani palestinesi. Quelli che nella retorica di una certa propaganda diventano automaticamente sospetti, facinorosi, potenziali terroristi. Avevano pietre e fionde. Le hanno usate per tenere lontani gli aggressori, facendo scudo a una donna che avrebbe potuto essere loro madre.
È un particolare che meriterebbe di essere scolpito nella memoria di chi continua a confondere la sicurezza d’Israele con il diritto dei suoi estremisti a terrorizzare i vicini.
Perché qui non siamo davanti a una guerra fra eserciti. Siamo davanti a uomini che aggrediscono contadini intenti a raccogliere olive e una giornalista intenta a fotografarli. E se il racconto dei testimoni è corretto, i soldati israeliani, anziché inseguire gli aggressori, si sono messi alle calcagna dei palestinesi.
Un capolavoro di giustizia alla rovescia.
Dall’ufficio di Netanyahu sono arrivate contestazioni sulla dinamica dell’aggressione, fondate su immagini che mostrerebbero la giornalista aiutata a rialzarsi. La Levine ha spiegato che i suoi aggressori l’avevano sollevata per derubarla, prima di ricominciare a picchiarla.
Quanto alla giustizia, la stessa fotografa valuta due su dieci le probabilità che i responsabili paghino davvero. Una previsione amara, che dice molto della fiducia nelle istituzioni chiamate a proteggerla.
Sarebbe sciocco e ingiusto confondere questi coloni con tutti gli israeliani. Israele è anche il paese di chi denuncia simili violenze, di chi le combatte, di chi se ne vergogna. Ma proprio per questo uno Stato che pretende di essere democratico non può permettersi di tollerare bande che si comportano come padroni assoluti della vita altrui.
Heidi Levine tornerà a fotografare, ha promesso. Le hanno rotto le ossa, non lo spirito.
E resta l’immagine più eloquente di questa storia, una giornalista americana salvata da ragazzi palestinesi con le pietre, mentre uomini che si proclamano difensori della propria terra cercavano di massacrarla.
A volte, per distinguere la civiltà dalla barbarie, non serve nemmeno una fotografia. Basta sapere chi impugnava il bastone e chi si è messo davanti per fermarlo.
