Messico, una mattinata di terrore si è consumata all’interno del penitenziario El Castillo, situato a circa dieci chilometri dal centro turistico di Mazatlán, nello stato occidentale di Sinaloa. Durante le ore dedicate ai colloqui con i familiari, tra le celle è esploso un violento scontro a fuoco tra detenuti. Il bilancio drammatico conta dieci vittime accadute sul colpo, nove reclusi e un visitatore esterno, oltre a 16 persone ferite, prontamente soccorse e trasportate negli ospedali della zona.
Sul posto sono intervenute d’urgenza le forze della Guardia Nazionale e reparti dell’esercito per riportare la calma. Le autorità di sicurezza federali e il segretario alla Pubblica Sicurezza locale, Sinuhe’ Te’llez, hanno confermato la ripresa del controllo della struttura, mantenendo tuttavia il massimo riserbo sulle dinamiche esatte e sulle scintille che hanno scatenato la sommossa.
Indagini in corso e sospensione delle visite
La Procura dello Stato di Sinaloa ha aperto un’inchiesta ufficiale per accertare le responsabilità e ricostruire la provenienza delle armi da fuoco introdotte nel penitenziario. Nel frattempo, la direzione del carcere, che attualmente ospita una popolazione di circa 1.800 reclusi, ha disposto la sospensione a tempo indeterminato di tutte le visite parentele per motivi di sicurezza.
Gli episodi di violenza nelle carceri messicane rimangono purtroppo una piaga frequente, spesso alimentata dal sovraffollamento e dal controllo informale esercitato dai gruppi criminali all’interno degli istituti. Solo lo scorso 31 maggio, un analogo scontro nel carcere di Culiacán, capoluogo dello stato, era costato la vita ad altri sette detenuti.
L’ombra del Cartello di Sinaloa e la guerra di potere
L’escalation di violenza tra le mura di El Castillo non è un fatto isolato, ma si inserisce nel contesto della sanguinosa guerra civile che sta lacerando il Cartello di Sinaloa. Da oltre tre anni, la regione è teatro di una faida di potere che ha già provocato più di mille morti.
I combattimenti vedono contrapposte due fazioni principali:
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“Los Chapitos”, guidati dai figli di Joaquín “El Chapo” Guzmán;
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I fedelissimi di Ismael “El Mayo” Zambada, co-fondatore dell’organizzazione, anch’egli attualmente recluso.
Questo scontro tra fazioni ha reso indispensabile un massiccio schieramento di militari e forze dell’ordine anche a Mazatlán, polo turistico strategico ma sempre più condizionato dalle attività della criminalità organizzata.
La crisi del sistema penitenziario e le pressioni USA
L’evento mette in luce la profonda vulnerabilità del sistema detentivo messicano, che conta complessivamente 276 strutture (14 penitenziari federali e 249 carceri statali) con una popolazione reclusa complessiva di oltre 261.000 persone.
La sommossa giunge inoltre in un momento politico particolarmente delicato: il governo messicano si trova sotto forte pressione da parte dell’amministrazione USA guidata da Donald Trump, che richiede un’azione ben più incisiva ed energica per lo smantellamento e il contrasto dei cartelli della droga al confine.
