Aðildarviðræður? Nei.
Aðildarviðræður. In islandese significa “negoziati di adesione”. Ed è precisamente ciò a cui gli islandesi hanno appena detto nei, no. In barba al fascino politico del Green Deal – ma certamente non alla transizione ecologica, che Reykjavík pratica da molto prima che Bruxelles le desse un nome – una delle nazioni energeticamente più verdi d’Europa ha deciso di non compiere un altro passo verso l’Unione europea.
L’accostamento ha qualcosa di ironico. Secondo i dati Eurostat relativi al 2024, circa il 79,3% del consumo finale lordo di energia islandese proviene da fonti rinnovabili, una percentuale superiore persino a quella della Svezia, prima tra gli Stati membri dell’UE. L’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea inoltre che quasi tutta l’elettricità e il riscaldamento del Paese sono alimentati da geotermia e idroelettrico.
Sul piano energetico l’Islanda è dunque uno dei Paesi più “green” del continente. Eppure, questo primato non si è tradotto in un desiderio di maggior integrazione politica con Bruxelles. Anzi…
Il risultato: 52,8% No, 47,2% Sì
Il referendum del 29 agosto 2026 chiedeva agli islandesi una cosa molto precisa: “L’Islanda dovrebbe riavviare i negoziati di adesione con l’Unione europea?”. Non si votava, quindi, sull’ingresso immediato nell’UE. Un eventuale Sì avrebbe semplicemente autorizzato il governo a tornare al tavolo negoziale con Bruxelles; un eventuale accordo di adesione sarebbe poi dovuto tornare davanti agli elettori.
Il referendum era inoltre, formalmente, consultivo, anche se il governo aveva assunto l’impegno politico di rispettarne l’esito. Il conteggio completo comunicato il 30 agosto dalla Landskjörstjórn, la Commissione elettorale nazionale islandese, non lascia dubbi sulla direzione politica del voto:
No: 118.040 voti, 52,8%. Sì: 105.339 voti, 47,2%. Lo scarto è di 12.701 voti.
Alle urne sono andati 225.031 elettori su 272.591 iscritti, con un’affluenza ufficiale dell’82,6%. I voti validi sono stati 223.379, mentre le schede bianche e nulle sono state 1.652.
Per qualche ora sembrava poter vincere il Sì
I primi risultati provenivano soprattutto da Reykjavík, dove il fronte europeista era molto più forte. Nel collegio Reykjavík Nord il Sì ha raggiunto il 57,5%, mentre a Reykjavík Sud si è attestato al 54,5%. I primi dati sembravano dunque premiare i favorevoli alla riapertura dei negoziati. Poi sono arrivati i voti del resto dell’isola e la geografia politica dell’Islanda è comparsa in tutta la sua evidenza.
Nel Nord-Ovest il No ha raggiunto il 62,9%, nel Nord-Est il 61,2%, nella circoscrizione Sud il 60,5%. Persino nel Sud-Ovest, più vicino alla capitale, i contrari hanno prevalso con il 53%.
Il vantaggio costruito dagli europeisti a Reykjavík è stato così progressivamente cancellato. IN pratica, si tratta di una frattura territoriale: la capitale più europeista da una parte, le comunità rurali e costiere dall’altra. Ed è proprio lungo quelle coste che si trova una delle chiavi principali del risultato.
Il pesce, prima di Bruxelles

Per comprendere il No islandese bisogna guardare il mare. La pesca non rappresenta soltanto una voce dell’economia nazionale: è parte della storia, dell’identità e soprattutto della concezione islandese della propria sovranità. Reuters stima che il settore contribuisca per circa il 15% al Pil e quasi il 40% delle esportazioni. Ed è proprio il timore di dover condividere con Bruxelles una parte del controllo su quote, stock ittici e gestione delle acque ad aver alimentato per anni l’opposizione all’adesione.
La questione non è nuova. Il Parlamento europeo ricorda che, già durante il precedente negoziato, il capitolo sulla pesca non arrivò neppure all’apertura formale, mentre quello sull’agricoltura rimase anch’esso irrisolto. Il Commissario europeo all’Allargamento Marta Kos, alla vigilia del voto, aveva provato a rassicurare Reykjavík riconoscendo le “specificità” islandesi in materia di pesca e agricoltura e dichiarandosi fiduciosa nella possibilità di trovare soluzioni creative.
Gli elettori, evidentemente, hanno preferito non verificarlo al tavolo negoziale.
Una storia iniziata dopo il crac del 2008
L’Islanda aveva presentato domanda di adesione all’UE il 17 luglio del 2009, nel pieno delle conseguenze della devastante crisi bancaria che aveva colpito il Paese. La Commissione europea diede parere favorevole nel febbraio 2010 e i negoziati partirono ufficialmente nel luglio dello stesso anno.
Il percorso arrivò anche piuttosto avanti: dei 35 capitoli negoziali, 27 furono aperti e 11 provvisoriamente chiusi. Ma nel 2013, dopo l’arrivo al governo di una coalizione euroscettica, Reykjavík mise le trattative in pausa. Nel marzo del 2015 il governo islandese comunicò poi formalmente all’UE di non voler essere considerato un Paese candidato.

La questione è tornata sul tavolo con l’attuale coalizione guidata dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir. Il programma di governo firmato nel dicembre del 2024 prevedeva esplicitamente un referendum sulla ripresa dei colloqui con l’UE entro il 2027; Alþingi, il Parlamento islandese, ha poi fissato la consultazione al 29 agosto 2026.
Frostadóttir accetta la sconfitta: niente trattative fino al 2028
Kristrún Frostadóttir non aveva nascosto la propria preferenza per il Sì. Dopo il voto, tuttavia, la premier ha escluso qualsiasi tentativo di aggirarne il risultato. In conferenza stampa ha riconosciuto che circa il 53% degli elettori non vuole compiere oggi un ulteriore passo verso l’UE, sottolineando però che il 47% favorevole merita rispetto. E, soprattutto, ha dichiarato: “Il governo non riprenderà le trattative di adesione durante questa legislatura”. La legislatura terminerà nel 2028.
La premier ha tratto dal voto anche un’altra conclusione significativa: molti islandesi che hanno scelto il No, ha spiegato, non sono contrari all’Europa, ma ritengono soddisfacente l’attuale rapporto con essa. Il governo intende quindi continuare a rafforzare la cooperazione attraverso lo Spazio economico europeo.
No all’UE non significa No all’Europa
L’Islanda, infatti, non è affatto isolata dal sistema europeo: è membro dell’EFTA, partecipa dal 1994 allo Spazio economico europeo, è nell’area Schengen e attraverso il SEE ha accesso a gran parte del mercato unico europeo. Numerose norme comunitarie vengono già recepite nell’ordinamento islandese senza che Reykjavík sia membro dell’Unione.
Ed è forse proprio questa particolare posizione a spiegare una parte del risultato. Reykjavík non sembra particolarmente impressionata dall’argomento, spesso implicito nel dibattito europeo, secondo cui fuori dall’Unione rimarrebbero soltanto marginalità e isolamento: l’Islanda è profondamente integrata economicamente con il continente, ma ha scelto di mantenere in patria il proprio centro decisionale.

Può permettersi, insomma, un lusso sempre più raro nel dibattito europeo: dire no a Bruxelles senza considerare inevitabile l’isolamento politico o economico. Lo ha sottolineato anche Guðrún Hafsteinsdóttir, leader del Partito dell’Indipendenza e tra le principali sostenitrici del No: “L’Islanda non sta voltando le spalle all’Europa”.
Secondo Hafsteinsdóttir, gli islandesi vogliono continuare a rafforzare SEE e Schengen, ma hanno contemporaneamente espresso la volontà di mantenere in patria il controllo delle proprie decisioni.
La ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, schierata invece per il Sì, ha preferito valorizzare l’enorme partecipazione alla consultazione, osservando che il referendum ha riportato al centro della società islandese il dibattito sulla politica internazionale e sulla collocazione del Paese nel mondo.
Più lapidario l’ex presidente islandese Ólafur Ragnar Grímsson, sostenitore del No, che sui social ha scritto semplicemente: “La nazione ha parlato”.
Bruxelles incassa
La reazione ufficiale dell’Unione europea è stata estremamente prudente. La Commissione ha dichiarato di prendere atto del risultato e rispettare la scelta del popolo islandese, ribadendo che Reykjavík rimane uno stretto partner dell’UE.
Anche il presidente del Consiglio europeo António Costa ha avuto uno scambio di messaggi con Frostadóttir: secondo il suo portavoce, entrambi hanno espresso la volontà di rafforzare ulteriormente le relazioni, mentre Costa ha definito l’Islanda uno dei partner “più stretti e affidabili” dell’Unione.
Politicamente, però, il risultato resta una battuta d’arresto per Bruxelles: l’Islanda rappresentava infatti un candidato quasi ideale: democrazia consolidata, economia avanzata, membro NATO e già ampiamente allineata al sistema economico e normativo europeo attraverso il SEE.
Eppure, la maggioranza degli islandesi ha deciso che questo rapporto, almeno oggi, è sufficiente.
Non una Brexit. Qualcosa di forse più interessante
L’Islanda non sta uscendo dall’Europa e non rompe alcun rapporto con Bruxelles. Ha scelto qualcosa di diverso: continuare a beneficiare di una profonda integrazione economica e politica con il continente senza trasformarla, almeno per ora, in appartenenza piena all’Unione.
Ed è forse questo il dato politico più interessante del voto. Uno dei Paesi più avanzati d’Europa sul piano energetico, sociale e istituzionale – capace di perseguire politiche ambientali ambiziose ben prima che il Green Deal diventasse uno dei pilastri della politica europea – ha stabilito che modernità, sostenibilità ed europeismo non coincidono necessariamente con l’adesione all’Unione europea.
Quando agli islandesi è stato chiesto se volessero tornare al tavolo per diventare membri dell’UE, la risposta è arrivata dalle urne. Nei. E con un’affluenza superiore all’82%, difficilmente Bruxelles potrà liquidarla come la semplice espressione di una minoranza euroscettica.
