Il prezzo del trumpismo

Trump perde terreno proprio sul tema che lo aveva reso vincente. Il sondaggio Reuters/Ipsos segnala che la fiducia degli americani non è più un assegno in bianco

Giorgia Meloni - Donald Trump

Il dato più interessante dell’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos non è soltanto il calo della popolarità di Donald Trump. È il fatto che, per la prima volta in quasi un decennio, gli americani attribuiscano ai democratici una maggiore credibilità nella gestione dell’economia. Un sorpasso minimo, appena un punto percentuale, ma politicamente significativo. Perché l’economia è sempre stata il terreno sul quale Trump ha costruito la propria immagine di leader pragmatico e vincente.

Il consenso, tuttavia, è una materia volatile. Cresce quando le aspettative vengono soddisfatte e si restringe quando gli elettori percepiscono che il potere finisce per servire più chi lo esercita che l’interesse generale. È questa la sfida che oggi il presidente americano si trova davanti in vista delle elezioni di metà mandato, decisive per gli equilibri del Congresso.

Negli ultimi mesi le critiche non si sono concentrate soltanto sulle scelte economiche, ma anche sullo stile di governo. Gli oppositori contestano una conduzione della politica estera spesso giudicata troppo unilaterale e una visione della leadership americana che tende a privilegiare la forza negoziale rispetto alla costruzione del consenso internazionale. A ciò si aggiungono le ricorrenti polemiche sui possibili conflitti d’interesse legati alle attività economiche della famiglia Trump, temi che alimentano un dibattito pubblico sempre acceso e contribuiscono a logorare l’immagine della presidenza.

Anche sul piano internazionale il quadro appare meno lineare di quanto il movimento MAGA avrebbe immaginato. Molti governi europei hanno scelto un atteggiamento prudente, mantenendo la tradizionale alleanza con Washington senza però aderire alle parole d’ordine del trumpismo. L’Europa, pur attraversata da governi di diverso orientamento, ha preferito conservare margini di autonomia politica piuttosto che identificarsi con una sola visione dell’Occidente.

In questo contesto, il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha cercato un rapporto privilegiato con l’amministrazione Trump, nella convinzione che ciò potesse rafforzare il peso dell’Italia nei rapporti transatlantici. Una scelta legittima sul piano politico, ma che ha inevitabilmente esposto l’esecutivo alle oscillazioni del consenso americano e alle alterne fortune del presidente statunitense.

Le democrazie, tuttavia, possiedono un pregio che spesso sfugge ai leader più carismatici, ricordano periodicamente a chi governa che nessun consenso è acquisito per diritto naturale. Gli elettori possono perdonare errori di valutazione, molto meno la sensazione che il potere diventi autoreferenziale o che gli interessi di parte prevalgano sull’interesse collettivo.

Il sondaggio Reuters/Ipsos non emette una sentenza definitiva. I sondaggi fotografano un momento, non il futuro. Ma segnalano un cambiamento di clima politico che Trump e il Partito Repubblicano difficilmente potranno ignorare. Se persino il vantaggio sull’economia comincia a incrinarsi, significa che la partita delle elezioni di metà mandato è più aperta di quanto apparisse fino a pochi mesi fa.