Pirlo, la Russia e il tribunale morale

Da Fonbet a Barilla e UniCredit, passando per Totti, Pupo e Ornella Muti: mentre l’Italia continua a intrattenere rapporti economici, culturali e affettivi con Mosca, un contratto trasforma Pirlo in un presunto propagandista. Ma le prove dove sono?

Andrea Pirlo durante una conferenza stampa della Nazionale italiana: oggi il suo possibile ritorno in azzurro alimenta un dibattito che dal calcio si è rapidamente spostato sul terreno politico e morale.

Andrea Pirlo non è ancora diventato commissario tecnico della Nazionale, ma il processo politico è già cominciato. Non riguarda i risultati ottenuti in panchina, il modulo di gioco o la capacità di ricostruire una squadra in crisi. Sul banco degli imputati è finito il suo contratto con Fonbet, il principale bookmaker russo.

Il 24 luglio Linkiesta ha posto la questione in termini espliciti: “È compatibile che il volto della Nazionale italiana sia anche il volto scelto da un’azienda russa per sfidare l’isolamento della Russia?”. Il titolo anticipava già il verdetto: “Chi fa propaganda per la Russia non può essere Ct della nazionale”.

La questione dell’opportunità è legittima e merita una risposta. Ma prima di trasformare un testimonial in un propagandista sarebbe necessario dimostrare che abbia realmente svolto attività di propaganda. Ed è proprio qui che l’accusa comincia a perdere il pallone.

Il ragionamento della testata è chiaro a noi tutti: un commissario tecnico non è un allenatore qualsiasi, ma rappresenta l’Italia; accettando di diventare ambasciatore di Fonbet, Pirlo avrebbe prestato il proprio volto a un’azienda che ha presentato quell’accordo anche come una sfida all’isolamento russo. Linkiesta riconosce che l’ex campione non ha violato alcuna legge, ma considera comunque la collaborazione moralmente incompatibile con la guida della Nazionale.

È proprio questo passaggio a non convincere. Perché? Proviamo a separare i fatti dalle interpretazioni. Pirlo ha sottoscritto un contratto commerciale e, nel maggio 2026, ha partecipato a Mosca a un evento organizzato dalla società: questo è documentato. Non risultano, invece, sue dichiarazioni a sostegno dell’invasione, tesi del governo russo rilanciate pubblicamente o notizie false diffuse per conto del Cremlino. E ciò che non è dimostrato non può essere presentato come una colpa accertata.

Andrea Pirlo nell’immagine promozionale con cui FONBET annunciò la sua nomina ad ambasciatore globale, il 9 ottobre 2025. (Fonte: FONBET; riproduzione a fini di cronaca e documentazione).

L’uso politico che Fonbet può avere fatto dell’immagine di Pirlo non dimostra un’analoga intenzione da parte sua. Sostenere il contrario significa sostituire la cronaca con la colpa per contiguità: un rapporto professionale diventa adesione ideologica, una presenza a Mosca propaganda e uno sponsor un giuramento di fedeltà al Cremlino.

Il contratto con Fonbet: che cosa sappiamo davvero

L’accordo fu annunciato il 9 ottobre del 2025. Pirlo divenne “global ambassador” di Fonbet sui mercati russo e internazionale. I termini economici non furono divulgati, ma il progetto andava oltre una fotografia pubblicitaria: prevedeva iniziative in Russia e Kazakistan, incontri con i tifosi, progetti sociali e attività legate ai Mondiali del 2026.

Fonbet parlò di una vittoria per l’azienda e per lo sport russo, attribuendo così all’ingaggio anche un significato simbolico. La società era stata in precedenza partner regionale del Milan, rapporto sospeso dal club dopo l’invasione dell’Ucraina.

Andrea Pirlo e il calciatore russo Artem Dzjuba durante la sessione di autografi al “Football Day” del complesso olimpico Lužniki di Mosca, nel maggio 2026. (Immagine tratta da un video diffuso sui social).

La collaborazione risultava ancora operativa nel maggio del 2026, quando Pirlo e Marco Materazzi parteciparono al “Football Day” al complesso olimpico Lužniki di Mosca. Secondo il programma diffuso dalla Federazione calcistica russa e riportato dall’agenzia ucraina UNN, erano previsti centinaia di giovani calciatori, una partita con cento bambini, incontri con il pubblico e sessioni di autografi; la giornata si sarebbe conclusa con la Superfinale della Coppa di Russia sponsorizzata da Fonbet.

Nelle stesse ore la Russia lanciò uno dei più pesanti attacchi contro Kiev (sì, in italiano si scrive così, altrimenti dovremmo scrivere Ukraina, Moskva etc etc). La coincidenza rese la presenza dei due italiani particolarmente controversa. Al The Guardian, Pirlo spiegò: “Siamo venuti qui esclusivamente per lo sport e per i bambini”. Materazzi aggiunse: “Non siamo qui per fare politica, ma per rendere omaggio al calcio”.

Si può considerare questa spiegazione insufficiente e sostenere che, durante una guerra, persino un evento sportivo finisca per assumere un significato politico. Ma una cosa è l’effetto pubblico di una scelta, un’altra è l’intenzione di chi la compie. Confondere le due significa trasformare un’interpretazione in una prova.

Dal giudizio all’insulto, purché tra virgolette

Il “casco della memoria” dello skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, tra le voci più critiche nei confronti della presenza di Andrea Pirlo a Mosca. Una testimonianza del dolore provocato dalla guerra, che merita rispetto senza trasformare automaticamente ogni rapporto sportivo con la Russia in propaganda politica.

La reazione più dura arrivò dallo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych. In un messaggio pubblicato sui social accusò Pirlo di essere diventato uno dei “falliti morali” per i quali nulla varrebbe più dei rubli russi. Fanpage riprese quell’attacco nel titolo: “Pirlo in Russia con lo sponsor mentre bombardano Kiev, Heraskevych: “Solo per soldi. Sei un fallito””.

La scelta di mettere in vetrina quell’insulto comporta – anche se fa specie doverlo evidenziare – che sia stato selezionato, amplificato e trasformato nella cornice attraverso cui si sarebbe poi incontrata la notizia. È legittimo raccontare la rabbia di un atleta appartenente a un Paese sotto attacco ed è doveroso contestualizzarla; più discutibile è adoperare l’insulto come esca emotiva, riducendo una questione complessa a un verdetto personale.

“Sei un fallito”, ammettiamolo, è da social, e non è buon giornalismo soltanto perché è preceduto dal nome di chi lo ha scritto. Dove sono l’accertamento dei fatti, la ricostruzione del contratto, la verifica di eventuali incompatibilità e la voce di Pirlo? Senza tutto questo resta una patente di purezza morale, consegnata mentre la FIGC non ha ancora assunto alcuna decisione.

L’altro campione andato a Mosca: Francesco Totti

Francesco Totti durante un incontro con Rating of Bookmakers, portale russo dedicato al settore delle scommesse. Nel 2025 l’ex capitano della Roma partecipò a Mosca agli International RB Awards: un altro rapporto professionale con la Russia che, come nel caso Pirlo, è stato trasformato da alcuni in materia di giudizio politico.

Il caso Pirlo non nasce nel vuoto. Nell’aprile del 2025, Francesco Totti arrivò a Mosca per partecipare all’International RB Award, organizzato da Bookmaker Ratings, portale russo dedicato allo sport e alle scommesse. Per settimane grandi cartelloni nella capitale avevano annunciato: “L’Imperatore va nella Terza Roma”.

Totti aveva definito il viaggio una missione “da uomo di sport” che “ne promuove i valori in giro per il mondo” . Ma l’operazione aveva anche un peso economico considerevole. Il direttore generale di Bookmaker Ratings, Asker Tchalidžokov, parlò al quotidiano Vedomosti di “una cifra a sei zeri in euro” spesa per organizzare la partecipazione dell’ex capitano della Roma. Totti posò con la maglia della società, incontrò i tifosi e ricevette il premio durante una cerimonia trasmessa dalla televisione sportiva russa.

Anche allora vi furono proteste. Totti disse che avrebbe rinunciato soltanto davanti alla richiesta di un’autorità competente. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri liquidò la controversia così: “La visita di Totti a Mosca per motivi commerciali non è certo un problema politico” .

La somiglianza con il caso Pirlo è evidente. Eppure, la collaborazione di Pirlo viene ora impiegata per stabilire la sua presunta indegnità a rappresentare la Nazionale. Se esistesse un criterio etico generale, allora dovrebbe valere per tutti, ma se emerge soltanto quando un nome diventa politicamente utile, non è più un criterio ma un’arma.

Materazzi, Pupo e i ponti che diventano colpe

Pupo durante un concerto: nel 2025 il cantante tornò a esibirsi al Palazzo del Cremlino, rivendicando la musica come strumento di dialogo e rifiutando di trasformare ogni rapporto culturale con la Russia in un’adesione politica. (Foto: archivio).

Marco Materazzi non era alla sua prima presenza professionale in Russia: secondo la ricostruzione della stampa ucraina, nel 2024 era stato ospite di una trasmissione sportiva e aveva assistito a un’amichevole della Dinamo Mosca. Nel maggio 2026 partecipò con Pirlo all’evento del Lužniki.

Sul versante musicale, nel 2024 e anche nel 2025, Pupo si esibì nientemeno che al Palazzo del Cremlino insieme ad artisti russi. All’ANSA spiegò di avere voluto trasmettere “un messaggio di dialogo” per contribuire a porre fine a “questa intollerabile guerra” . Dopo il concerto, tuttavia, una sua esibizione prevista in Lituania fu cancellata.

Non occorre condividere le scelte di Totti, Materazzi o Pupo per riconoscere un principio elementare: partecipare a un evento in Russia non dimostra automaticamente il sostegno alla guerra. In caso contrario, bisognerebbe spiegare perché la medesima regola non venga applicata con identica severità all’intero sistema economico italiano che continua a intrattenere rapporti legali con quel Paese.

Ornella Muti e Naike Rivelli: le radici non si cancellano

Naike Rivelli e Ornella Muti, legate alla Russia da radici familiari e da un rapporto culturale e affettivo mai rinnegato.

A rendere ancora meno credibile l’equazione tra legame con la Russia e adesione al Cremlino è il caso di Ornella Muti e della figlia Naike Rivelli. Il 22 luglio scorso, Naike ha dichiarato all’agenzia Ria Novosti che entrambe stanno formalizzando la richiesta della cittadinanza russa: “Abbiamo radici russe e non possiamo rinnegare le nostre origini, la nostra famiglia e i nostri amici”. Si tratterebbe quindi di una doppia cittadinanza per potersi sentire, come loro stesse hanno riportato, “veramente a casa” anche in Russia.

Rivelli ha spiegato che la bisnonna era originaria di San Pietroburgo, che la famiglia lavora spesso con la Russia e che lei e la madre si considerano “mezze russe”. Ha inoltre ricordato la presenza nel Paese di parenti, amici e legami professionali.

Anche in questo caso, non si tratta, dunque, di un’improvvisa conversione politica. Muti parla da anni delle proprie radici e del desiderio di ottenere il passaporto russo: lo aveva manifestato già nel 2013 e nel 2016, per poi ribadirlo anche persino durante il Festival di Sanremo del 2022. Si può discutere la scelta ma non si può e non si deve pretendere che una frontiera geopolitica recida, come una forbice, memoria, affetti e appartenenza.

Le 270 aziende ricordate da Tajani

Il dato più scomodo non proviene da Mosca e neppure da un’associazione accusata di simpatie russe. Lo ha fornito il ministro degli Esteri Antonio Tajani il 7 giugno del 2025, parlando al quotidiano Milano Finanza: “Ci sono 270 aziende italiane attive in Russia nel rispetto delle sanzioni”.

Tajani interveniva in merito al futuro di UniCredit, sottoposta alle pressioni della Banca centrale europea affinché riducesse le proprie attività con la Russia. Il ministro espresse perplessità sull’ipotesi di imporre alla banca l’uscita entro nove mesi: “Senza quella banca resteranno prive dei servizi necessari per operare a Mosca”, disse riferendosi alle imprese italiane.

La posizione italiana sembrerebbe dunque più articolata della rappresentazione binaria riservata a Pirlo: le imprese possono lavorare nei settori non sanzionati e lo stesso governo che sostiene l’Ucraina ne tutela la continuità operativa. Un rapporto economico legale non diventa automaticamente propaganda.

Un miliardo di imposte: i dati della Kyiv School of Economics

Una mappatura della Kyiv School of Economics (KSE), realizzata attraverso il progetto Leave Russia, indicava nel novembre 2025 146 aziende italiane ancora operative nella Federazione Russa. Una trentina avrebbero manifestato l’intenzione di uscire, circa settanta avrebbero conservato una presenza giuridica e altre avrebbero continuato a esportare.

Secondo Andrii Onopriienko, responsabile del progetto, le imprese italiane avrebbero versato al fisco russo circa 346 milioni di euro l’anno, per un totale stimato di 1,037 miliardi dall’inizio dell’invasione su vasta scala. Tra i nomi segnalati figuravano Ferrero, Barilla e Calzedonia; Eni, Enel e Moncler erano invece classificate tra le società che avevano cessato le attività.

Stando a quanto riportato dalla KSE, le aziende italiane finirebbero così per contribuire indirettamente al finanziamento della guerra, perché una parte consistente del bilancio russo è destinata alla difesa. Il collegamento, però, non è così automatico: le imprese pagano le tasse previste per attività consentite, ma non possono certo decidere come lo Stato utilizzerà poi quel denaro.

Produrre e vendere in Russia significa naturalmente pagare le tasse allo Stato, come accade in qualsiasi altro Paese. Ma da qui a trasformare un’attività perfettamente legale in una forma di sostegno politico o militare ce ne passa. E se davvero fosse questo il criterio morale da seguire, bisognerebbe applicarlo anche alle grandi aziende, non soltanto al volto più riconoscibile di un calciatore.

Barilla, Ferrero e Calzedonia: l’economia che non si è fermata

Una pubblicità Barilla destinata al mercato russo: pasta e sugo alla bolognese raccontano un’italianità che, anche dopo il 2022, ha continuato a essere prodotta, venduta e apprezzata in Russia.

Dal 2022 numerose imprese italiane hanno continuato a operare legalmente sul mercato russo. Tra queste c’è Barilla, uno dei marchi che più rappresentano l’Italia nel mondo, quasi un sinonimo della nostra tradizione alimentare. Il gruppo ha continuato a produrre e vendere pasta in Russia e, nel rapporto annuale 2025, registra per il Paese e l’area CSI una crescita dei volumi del 9 per cento e dei ricavi del 14 per cento, insieme a un miglioramento della redditività e delle quote di mercato. Non si tratta, dunque, di una presenza soltanto formale, ma di un’attività reale e in crescita.

Ferrero annunciò la sospensione delle attività e degli investimenti «non essenziali», ma mantenne, secondo il database Leave Russia, le operazioni legate ai prodotti alimentari, settore in larga parte escluso dalle sanzioni.

Oniverse, il gruppo al quale appartiene Calzedonia, è indicato dalla stessa mappatura tra le aziende che hanno mantenuto attività commerciali nel Paese. La loro presenza non implica automaticamente una violazione: numerosi beni di consumo possono essere legalmente prodotti o venduti in Russia.

Se la legalità e la natura concreta dell’attività contano per un’impresa, devono contare anche nella valutazione di un professionista.

UniCredit: la banca che Roma non voleva perdere

Una sede di UniCredit Bank Russia: il gruppo italiano ha ridotto progressivamente la propria esposizione nel Paese, ma il processo di uscita non risulta ancora concluso.

Il caso più significativo, anche per le sue dimensioni, è quello di UniCredit. Nel 2023, secondo il KSE Institute, la controllata russa avrebbe versato circa 154 milioni di dollari di imposte sugli utili, risultando così tra i maggiori contribuenti stranieri ancora presenti nel Paese.

Da allora la banca ha ridotto progressivamente prestiti, depositi e pagamenti transfrontalieri, cercando nel frattempo una soluzione per cedere le attività residue. Un’uscita molto più complessa di quanto possa apparire e che, a oggi, non si è ancora conclusa.

Il dossier resta aperto. Il 24 luglio scorso, Reuters ha riferito che l’Unione europea ha concesso una deroga limitata, che potrebbe consentire di chiudere una vecchia operazione legata agli uomini d’affari russi Michail Fridman e Petr Aven.

Parallelamente, UniCredit ha raggiunto un’intesa non vincolante per vendere gran parte delle proprie attività russe a un investitore privato degli Emirati Arabi Uniti. La conclusione dell’operazione richiederà diversi passaggi autorizzativi, compreso il via libera delle autorità russe.

Un percorso lento e difficile, che mostra quanto sia semplice invocare l’abbandono della Russia e quanto sia più complicato realizzarlo nella pratica.

È difficile presentare un contratto con un bookmaker russo come una contaminazione morale assoluta, mentre una grande banca viene difesa in nome di centinaia di imprese. Il servizio bancario sarà più essenziale, ma il rapporto economico non scompare quando riguarda soggetti più potenti.

Brunello Cucinelli e il confine delle sanzioni

La boutique Brunello Cucinelli nel GUM di Mosca, sulla Piazza Rossa: una delle vetrine dell’eccellenza italiana ancora presenti sul mercato russo.

Brunello Cucinelli rappresenta il caso in cui la distinzione tra fatto accertato e accusa diventa indispensabile. Nel 2025 alcuni investitori ribassisti accusarono il gruppo di avere fornito informazioni fuorvianti sulle proprie attività russe e di continuare a vendere beni di lusso oltre i limiti consentiti. L’azienda respinse le accuse.

Secondo la ricostruzione fornita dal gruppo, i tre negozi monomarca erano rimasti chiusi dopo l’introduzione delle sanzioni; proseguivano vendite individuali e attività negli spazi multimarca, utilizzando scorte precedenti alla guerra o beni con prezzo di trasferimento inferiore ai 300 euro, soglia prevista dalle restrizioni europee.

Nel settembre 2025 la Russia rappresentava ancora l’1,4 per cento dei ricavi. Nell’aprile 2026 Cucinelli ha dichiarato di avere rafforzato le procedure interne di controllo su sanzioni, riesportazioni e possibili triangolazioni, continuando a negare ogni illecito.

Ariston: quando “essere in Russia” significa subire Mosca

Anche parlare genericamente di aziende presenti in Russia può essere fuorviante. Nell’aprile del 2024 Vladimir Putin affidò temporaneamente la controllata russa di Ariston Thermo a una società del gruppo Gazprom. L’Italia convocò l’ambasciatore russo e chiese compensazioni per le imprese europee coinvolte. In questo caso, dunque, essere presenti in Russia non significava affatto collaborare politicamente con Mosca, ma avere un investimento italiano sottoposto a un provvedimento coercitivo del governo russo.

Ogni caso richiede storia, documenti e contesto. La condanna e l’insulto non possono, almeno non dovrebbero, mai precedere i fatti.

La Camera di Commercio Italo-Russa non è clandestina

Nel frattempo, la Camera di Commercio Italo-Russa continua a operare pubblicamente, offrendo consulenza sulle sanzioni, certificazioni, ricerca di partner e promozione commerciale. Nel 2024 organizzò a Mosca un incontro per la comunità imprenditoriale bilaterale; nel 2025 avviò un servizio per le aziende italiane del vino interessate al mercato russo.

Non stiamo parlando di un’organizzazione clandestina, ma di una associazione che assiste le imprese nel perimetro delle attività consentite. La sua stessa esistenza conferma che l’Italia non ha interrotto ogni relazione economica con la Federazione Russa.

Dove comincia davvero l’illecito?

Il confronto diventa più chiaro osservando un caso completamente diverso. Manfred Gruber, commerciante d’armi altoatesino, si è dichiarato colpevole negli Stati Uniti di avere esportato illegalmente, attraverso imprese italiane e il Kirghizistan, munizioni statunitensi per oltre 540.000 dollari, in gran parte successivamente trasferite in Russia.

Qui, però, parliamo di tutt’altra cosa: munizioni, una triangolazione organizzata per aggirare i controlli, un’indagine penale e, infine, un’ammissione di colpevolezza.

Avere “rapporti con la Russia” non è una fattispecie di reato e neppure una categoria morale autosufficiente. Dall’inizio del 2026, l’Italia ha inoltre rafforzato il proprio sistema penale, recependo la direttiva europea sulle violazioni delle misure restrittive: il decreto legislativo 30 dicembre 2025, n. 211 prevede per le imprese anche sanzioni calcolate in percentuale sul fatturato globale.

Esistono dunque strumenti e autorità per accertare gli illeciti. Il sospetto mediatico non deve sostituirli!

L’incompatibilità che deve valutare la FIGC

La Federazione italiana ha il diritto e il dovere di chiedere a Pirlo se il contratto con Fonbet sia ancora operativo, quali obblighi comporti e se sia compatibile con la funzione di commissario tecnico.

La guida della Nazionale rappresenta l’Italia e richiede trasparenza, ma la verifica riguarda un possibile conflitto d’interessi, non una presunta colpevolezza ideologica. La FIGC potrebbe vietare al futuro commissario tecnico di essere testimonial di società di scommesse di qualunque nazionalità o chiedere la cessazione del contratto: decisioni discutibili, ma coerenti.

Peraltro, secondo quanto riporta oggi la Gazzetta dello Sport, i legali di Pirlo avrebbero assicurato che la collaborazione con Fonbet sarebbe legata al suo incarico con lo United FC di Dubai e che, una volta rescisso quel rapporto, il tecnico si libererebbe anche dall’accordo con il bookmaker russo. Un elemento nuovo che rende ancora più frettolosa una condanna politica già pronunciata.

Anche la valutazione tecnica resta aperta. Pirlo ha allenato Juventus, Fatih Karagümrük, Sampdoria e United FC di Dubai. Con la Juventus ha vinto Coppa Italia e Supercoppa, ma la sua carriera in panchina non offre ancora risultati tali da rendere indiscutibile la scelta. Criticarlo come allenatore (e qui lasciamo il campo agli esperti, almeno di spera) è tanto legittimo  quanto necessario. Da qui a trasformarlo – come si sta tentando di fare – in un emissario del Cremlino risulterebbe ridicolo ed eviterebbe invece il vero confronto sulle sue competenze…

Il cortocircuito del giornalismo militante

La vicenda rivela un problema più ampio. L’espressione “propaganda russa” viene sempre più spesso usata non per descrivere contenuti falsi o attività coordinate, ma come un’etichetta capace di chiudere il dibattito.

Non occorre più dimostrare che qualcuno abbia mentito per Mosca: basta una collaborazione con un’impresa russa, una presenza a un evento, una fotografia sulla Piazza Rossa. Si evita così la fatica dell’inchiesta – quella vera – fatta di intenzioni da ricostruire, contratti da esaminare, flussi finanziari da seguire e parole effettivamente pronunciate. Poi si passa direttamente al verdetto.

È un paradosso poco edificante per chi afferma di voler difendere la democrazia dalla propaganda: la democrazia pretende prove, contraddittorio, proporzione e regole uguali per tutti; la propaganda sceglie il bersaglio e trasforma il sospetto in certezza morale.

Lo sponsor, la pasta e la morale a geometria variabile

Ad oggi il quadro è semplice. Pirlo ha un rapporto documentato con Fonbet e ha partecipato a un evento a Mosca; non risultano sue dichiarazioni a sostegno dell’invasione né contenuti propagandistici da lui diffusi.

Nel frattempo, Totti e Materazzi hanno preso parte a iniziative professionali in Russia, Pupo ha cantato al Cremlino, Ornella Muti e Naike Rivelli hanno rivendicato le proprie radici russe e centinaia di imprese italiane continuano a lavorare legalmente nel Paese. Il ministro degli Esteri ha persino difeso la necessità di non lasciare quelle aziende senza servizi bancari.

Tutto ciò non sottrae Pirlo a una valutazione etica, ma impedisce di trasformare selettivamente il suo contratto in una prova d’infedeltà nazionale.

C’è poi un dato che sfugge al tribunale delle appartenenze: molti dei protagonisti di questa storia sono essi stessi frammenti dell’immaginario italiano. La pasta di Barilla, le canzoni di Pupo, il cucchiaio di Totti, l’eleganza calcistica di Pirlo, il volto cinematografico di Ornella Muti. Nessuno di loro ha smesso di essere italiano perché ha conservato un rapporto professionale, culturale o affettivo con la Russia.

Dovremmo rinnegare anche loro? Espellere dalla nostra memoria tutto ciò che non osserva l’embargo dei sentimenti? Una cultura non è un appartamento da svuotare ogni volta che cambia il vento geopolitico. A forza di epurare simboli, ponti e biografie, il rischio non è isolare Mosca: è svuotare l’Italia di una parte della propria cultura.

Se ogni euro guadagnato in Russia, ogni spettacolo rappresentato a Mosca e ogni legame affettivo con quel Paese equivalgono a propaganda, la definizione dovrebbe essere applicata all’intero sistema economico e culturale che ha mantenuto quei rapporti, accettandone anche le conseguenze.