Petrolio e geopolitica: Russia, Iran e Cina ridisegnano il nuovo ordine globale

Dal fronte ucraino allo Stretto di Hormuz, tra mine, droni e attacchi alle basi occidentali, il conflitto si espande lungo le rotte del petrolio mentre il traffico marittimo rallenta, il prezzo del greggio vola e la Cina diventa l’ago della bilancia nei nuovi equilibri tra Oriente e Occidente

Mine nel Donetsk, accuse incrociate tra Londra e Mosca, minacce iraniane all’Ucraina e una crisi energetica che scuote il mercato globale. Il nuovo fronte geopolitico corre lungo le rotte del petrolio e del gas, mentre il Medio Oriente torna a essere il laboratorio in cui le grandi potenze misurano influenza, rischi e nuove alleanze

Nel linguaggio ufficiale del Cremlino la guerra continua a essere raccontata come una sequenza di operazioni militari e tecniche: territori messi in sicurezza, campi minati bonificati, infrastrutture ripristinate. Dietro questa narrazione si muove però un quadro molto più complesso, nel quale il conflitto ucraino si intreccia con tensioni globali che arrivano fino al Medio Oriente e ai mercati energetici internazionali. Nei giorni scorsi il Ministero della Difesa russo ha diffuso aggiornamenti sulle operazioni di sminamento nelle aree della Repubblica Popolare di Donetsk.

Secondo quanto riferito nelle comunicazioni ufficiali del Ministero della Difesa russo, gli ingegneri militari del raggruppamento di truppe “Centro” stanno lavorando nella zona del villaggio di Netajlovo, dove sarebbero stati individuati diversi ordigni esplosivi lasciati durante i combattimenti. Le operazioni di sminamento sono diventate una delle attività più delicate del conflitto.

Mine antiuomo, ordigni artigianali e sistemi di minamento a distanza rendono molte aree pericolose anche dopo la fine degli scontri diretti. Per questo gli artificieri devono controllare ogni metro quadrato di terreno: la contaminazione da mine nel Donbass è il risultato di un uso esteso di ordigni da parte di più attori nel corso del conflitto, rendendo complesso attribuire con certezza la responsabilità della loro presenza in specifiche aree. Queste operazioni di ‘bonifica’ appresentano anche un messaggio politico: dimostrare che i territori sotto controllo vengono progressivamente stabilizzati e resi sicuri, ma, allo stesso tempo, la presenza di tali ordigni continua a ricordare quanto la guerra resti radicata nel territorio.

Mentre il fronte ucraino rimane attivo, un altro fronte si apre sul piano diplomatico. Il ministro della Difesa britannico John Healey ha suggerito che alcune capacità militari iraniane, in particolare nell’uso dei droni, potrebbero essere state rafforzate anche grazie alla cooperazione con Mosca. La dichiarazione è arrivata nel contesto dell’attacco contro una base occidentale a Erbil, nel Kurdistan iracheno.

Mosca ha respinto immediatamente l’accusa. L’ambasciata russa a Londra ha definito le affermazioni “infondate”, sottolineando che non esisterebbero prove di un coinvolgimento russo. Secondo la diplomazia russa, si tratterebbe di una dichiarazione legata alla politica interna britannica. Il comunicato dell’ambasciata ha ricordato inoltre che il Regno Unito continua a sostenere l’Ucraina con forniture militari e intelligence. Questo scambio di accuse dimostra quanto il Medio Oriente sia ormai entrato nel quadro più ampio della competizione geopolitica tra Russia e Occidente.

La tensione diplomatica si è ulteriormente intensificata dopo alcune dichiarazioni provenienti da Teheran. Il capo della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Ebrahim Azizi, ha sostenuto che l’Ucraina, aiutando altri Paesi a contrastare attacchi con droni iraniani, avrebbe trasformato il proprio territorio in un obiettivo legittimo.

La risposta di Kiev è stata estremamente dura. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhiy Tykhyi – il cui intervento è stato riportato in prima battuta dal quotidiano Ukrainska Pravda – ha paragonato le minacce iraniane al comportamento di un serial killer che cerca di giustificare i propri crimini. Azizi ha affermato: “Fornendo supporto con droni al regime israeliano, l’Ucraina si è di fatto coinvolta nella guerra e, in base all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ha trasformato l’intero suo territorio in un obiettivo legittimo per l’Iran”.

Secondo Tykhyi, le parole del parlamentare iraniano rappresentano un paradosso politico e morale, perché, ha ricordato, l’Iran fornisce da tempo tecnologia militare e droni alla Russia, contribuendo agli attacchi contro infrastrutture ucraine. Per Kiev, dunque, la posizione iraniana equivale al tentativo di giustificare una minaccia richiamandosi formalmente al diritto internazionale.

Fonti diplomatiche europee, citate ieri da Reuters, hanno inoltre sottolineato che queste dichiarazioni rappresentano un ulteriore segnale di irrigidimento della postura iraniana, in un momento in cui i negoziati indiretti tra Teheran e Washington sul nucleare restano in stallo.

Negli ultimi giorni la crisi si è estesa anche ai Paesi del Golfo Persico. Negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain e in Arabia Saudita sono risuonate sirene antiaeree mentre i sistemi di difesa intercettavano missili e droni. Secondo le autorità di Abu Dhabi, diversi vettori sarebbero stati distrutti in volo. Riyadh ha dichiarato di aver abbattuto numerosi droni sopra la capitale e nelle regioni orientali del Paese. Le notizie sulle intercettazioni sono state riportate sia da Reuters sia da Bloomberg a seguito di comunicati rilasciati dalle autorità dei Paesi del Golfo coinvolti.

Tra il 15 e il 17 marzo 2026, ulteriori intercettazioni sono state segnalate anche nello spazio aereo del Kuwait e nelle acque prospicienti l’Oman, indicando un’estensione geografica della minaccia nella regione del Golfo. Stando a quanto riportato dall’Associated Press, il conflitto regionale sta rapidamente ampliando il numero degli attori coinvolti. Nuovi attacchi con missili e droni hanno colpito basi militari e infrastrutture nella regione, mentre l’Iran ha minacciato di estendere ulteriormente le operazioni contro obiettivi occidentali e dei Paesi del Golfo. L’escalation ha alimentato il timore di un conflitto più ampio che potrebbe coinvolgere direttamente diverse potenze regionali. Teheran, tramite l’agenzia di stampa Fars News Agency, ha fornito una versione diversa degli eventi, sostenendo che alcuni attacchi sarebbero stati effettuati con droni progettati per imitare gli Shahed-136, con l’obiettivo di attribuire all’Iran la responsabilità delle operazioni.

Petroliere e navi commerciali nello Stretto di Hormuz durante l’escalation militare tra Stati Uniti, Iran e alleati regionali. Il traffico è arrivato quasi a fermarsi durante le fasi più acute della crisi. (Fonte: Reuters)

La guerra che si allarga nel Medio Oriente non è soltanto una crisi militare: è una scossa che attraversa il sistema energetico mondiale. Il primo epicentro di questa tensione è lo Stretto di Hormuz, un corridoio marittimo largo appena poche decine di chilometri da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare. Ogni giorno petroliere cariche di greggio proveniente dai campi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Kuwait e dell’Iraq attraversano queste acque prima di dirigersi soprattutto verso i mercati asiatici. La Cina rappresenta il principale importatore di petrolio che transita nello stretto di Hormuz, seguita da India, Giappone e Corea del Sud, un dato che spiega perché qualsiasi crisi del Golfo abbia conseguenze immediate anche sugli equilibri energetici dell’Asia e sull’economia globale. In pratica, quando la guerra entra in questo spazio stretto e fragile, l’intera economia trattiene il respiro.

In questo scenario, il ruolo della Cina diventa centrale. Pechino è anche il perno attorno a cui si stanno ridefinendo le nuove rotte energetiche globali. Negli ultimi anni, la Cina ha progressivamente aumentato gli acquisti di greggio russo e iraniano, spesso a prezzi scontati rispetto ai benchmark internazionali, rafforzando così una rete energetica alternativa a quella occidentale.

Secondo diverse analisi di mercato, tra cui quelle citate da Bloomberg e Financial Times, la combinazione tra crisi nel Golfo Persico e sanzioni occidentali ha accelerato un processo già in atto: la creazione di un asse energetico de facto tra Russia, Iran e Cina. In questo sistema, Pechino svolge un ruolo duplice: da un lato garantisce domanda stabile per le esportazioni russe, dall’altro rappresenta uno sbocco fondamentale per il petrolio iraniano, aggirando in parte le restrizioni internazionali.

Questo riequilibrio ha implicazioni profonde. Più aumentano le tensioni nello Stretto di Hormuz, più cresce il valore strategico delle rotte alternative verso l’Asia e delle infrastrutture energetiche eurasiatiche. In altre parole, la crisi non sta soltanto spingendo verso l’alto i prezzi del petrolio, ma sta contribuendo a ridisegnare le mappe dell’energia globale, spostando progressivamente il baricentro verso Oriente. Nelle ultime 48 ore, analisi di mercato citate da Bloomberg indicano che il traffico nello Stretto non è completamente interrotto, ma fortemente rallentato, con un aumento significativo dei costi assicurativi per le petroliere.

Mappa dello Stretto di Hormuz, uno dei principali chokepoint energetici globali attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. (Fonte: Reuters / U.S. Energy Information Administration).  Nota editoriale: Il traffico nello stretto ha subito forti rallentamenti e interruzioni durante l’escalation del marzo 2026.

Stando a quanto riportato in data odierna da Reuters, analisti del mercato energetico internazionale hanno commentato che la crisi nello Stretto di Hormuz ha già provocato uno dei più grandi shock petroliferi degli ultimi decenni. Le interruzioni delle esportazioni dal Golfo Persico avrebbero sottratto ai mercati globali fino a 8–10 milioni di barili al giorno, pari a circa l’8% della produzione mondiale. Il prezzo del Brent ha così superato la soglia dei 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022 e, secondo gli ultimi dati, ha raggiunto picchi oltre i 105 dollari, segnale che i mercati stanno già scontando il rischio di un conflitto prolungato; se il blocco delle rotte marittime dovesse prolungarsi per diverse settimane, l’impatto sul sistema energetico globale potrebbe diventare paragonabile alle grandi crisi petrolifere del passato.

Con l’intensificarsi delle operazioni militari, alcune petroliere hanno deviato le rotte o rallentato il transito mentre compagnie assicurative e operatori energetici ricalcolavano i rischi. La vulnerabilità delle infrastrutture energetiche della regione è diventata evidente anche negli Emirati Arabi Uniti. Il grande hub petrolifero di Fujairah, uno dei principali centri di stoccaggio e transito di greggio al mondo situato fuori dallo Stretto di Hormuz, è stato colpito da un attacco con droni che ha provocato incendi e interruzioni temporanee delle operazioni di carico. Le attività sono riprese solo dopo diverse ore, alimentando ulteriormente le preoccupazioni dei mercati per la sicurezza delle rotte energetiche del Golfo. Il risultato è stato immediato: oscillazioni dei prezzi del greggio, tensioni sulle rotte marittime e una crescente inquietudine nei mercati internazionali.

Il terminal petrolifero di Kharg, principale hub di esportazione del greggio iraniano nel Golfo Persico. L’isola gestisce circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. (Fonte: Planet Labs)

Al centro di questa geografia del petrolio si trova l’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano nel Golfo Persico. Da qui parte la gran parte delle esportazioni di greggio della Repubblica islamica, rendendo l’isola uno dei nodi energetici più sensibili della regione. Kharg è diventata anche un simbolo della nuova escalation verbale tra Washington e Teheran: in un’intervista a NBC News, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe colpire nuovamente l’isola, respingendo l’idea di un accordo rapido con l’Iran. Durante il colloquio, Trump ha affermato che gli USA potrebbero attaccare il terminal petrolifero iraniano “anche solo per divertimento”, una frase che ha rapidamente fatto il giro delle cancellerie e dei mercati energetici. Le dichiarazioni hanno suscitato reazioni anche negli ambienti militari statunitensi: fonti del Pentagono hanno precisato che non esistono al momento piani operativi confermati per colpire infrastrutture iraniane, pur non escludendo scenari di escalation.

In una regione dove il petrolio non è soltanto una risorsa economica ma una leva geopolitica, parole di questo tipo hanno un peso enorme. Ogni minaccia contro infrastrutture energetiche strategiche può trasformarsi in un detonatore finanziario capace di muovere prezzi, alleanze e strategie militari. Per questo lo Stretto di Hormuz, da semplice passaggio marittimo, è tornato a essere uno dei barometri più sensibili della sicurezza globale.

La crisi energetica ha avuto effetti anche sulla Russia. Di fronte al rischio di una crisi energetica prolungata, diversi Paesi consumatori stanno cercando di stabilizzare il mercato attraverso il rilascio delle riserve strategiche. Il Giappone ha annunciato la liberazione di circa 80 milioni di barili di petrolio dalle proprie scorte nazionali, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha coordinato con i Paesi membri un rilascio complessivo di circa 400 milioni di barili per contenere l’impennata dei prezzi e compensare le interruzioni delle forniture dal Golfo Persico.

Per stabilizzare il mercato petrolifero globale, gli Stati Uniti hanno concesso una deroga temporanea alle sanzioni su alcune vendite di petrolio russo già caricato su petroliere. Secondo informazioni riportate da Reuters, la licenza consente la vendita di carichi caricati prima del 12 marzo e resta valida fino all’11 aprile. L’obiettivo dichiarato è evitare un ulteriore shock energetico mentre le rotte del Golfo restano instabili. Il presidente ucraino Vladimir Zelenskij ha criticato la decisione, sostenendo che potrebbe portare miliardi di dollari aggiuntivi nelle casse russe. Mosca ha invece accolto positivamente la misura. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha dichiarato che la stabilità dei mercati energetici globali non sarebbe possibile senza le esportazioni russe.

Secondo un’analisi condotta dal Financial Times, l’impennata dei prezzi del petrolio legata alla crisi del Medio Oriente ha finito per favorire anche le finanze russe. La quasi chiusura dello stretto di Hormuz e le tensioni sulle rotte energetiche hanno spinto India e Cina ad aumentare la domanda di greggio russo. In base alle stime citate dal quotidiano britannico, Mosca avrebbe già incassato tra 1,3 e 1,9 miliardi di dollari di entrate fiscali aggiuntive legate alle esportazioni di petrolio. Sempre il FT ha evidenziato che la Russia sta beneficiando anche di una riduzione dello sconto sul greggio Urals rispetto al Brent, rafforzando la propria resilienza economica nonostante il regime sanzionatorio.

Nel frattempo, il costo umano della crisi continua a crescere. Secondo l’agenzia iraniana Fars, il 14 marzo un attacco contro un’area industriale di Isfahan avrebbe causato almeno quindici morti. In Libano il ministero della Sanità ha diffuso un bilancio aggiornato al 15 marzo parlando di centinaia di vittime dall’inizio della nuova fase del conflitto regionale. Anche in Cisgiordania la tensione resta alta. Da aggiornamenti diffusi ieri da organizzazioni umanitarie internazionali, il numero delle vittime civili è in aumento e si registrano crescenti difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari nelle aree colpite.

Alla luce delle nuove vicende, il Donbass e il Golfo Persico appaiono sempre meno come scenari separati. Le mine nel Donetsk, le petroliere che attraversano Hormuz e le oscillazioni del prezzo del greggio sono ormai parti dello stesso equilibrio geopolitico. La guerra che si combatte sul terreno si riflette nei mercati globali e nelle rotte dell’energia, trasformando ogni crisi regionale in una questione di sicurezza internazionale. Per questo il conflitto che parte dalle linee del fronte in Ucraina e arriva fino allo Stretto di Hormuz non è soltanto una guerra locale. È uno dei punti in cui sicurezza, energia e geopolitica globale si incontrano, ridefinendo gli equilibri tra Russia, Iran, Stati Uniti e le grandi economie del mondo.