“Prendere Cuba”: il linguaggio del dominio

Cuba trattata come un bottino, non come una nazione sovrana

Donald Trump

Le parole di Donald Trump, pronunciate in un’intervista alla Casa Bianca, sulla possibilità di “prendere” Cuba non sono semplicemente una provocazione retorica. Sono il riflesso di una visione del mondo in cui gli Stati sovrani non sono entità politiche dotate di autodeterminazione, ma oggetti disponibili all’uso, o all’abuso, della potenza dominante.

L’idea che un Paese possa essere “preso”, “liberato” e poi gestito “come si vuole” richiama una grammatica politica che credevamo archiviata, quella delle sfere d’influenza ottocentesche, delle annessioni mascherate e delle operazioni di regime change giustificate ex post. Non è solo una questione di linguaggio, è una questione di concezione del diritto internazionale.

Cuba è oggi indubbiamente in una crisi profonda, economica, energetica e umanitaria. Ma la fragilità di uno Stato non legittima la sua espropriazione politica. Anzi, proprio nei momenti di maggiore debolezza, il rispetto della sovranità dovrebbe rappresentare un principio inviolabile, non una variabile negoziabile.

Il punto più inquietante non è nemmeno l’eventualità, per quanto remota o realistica, di un’azione militare o di una “presa amichevole”. È la normalizzazione di un approccio per cui il destino di una nazione può essere discusso come una transazione immobiliare, si valuta lo stato dell’“asset”, si negozia la leadership, si decide la gestione futura.

In questa visione, la politica estera smette di essere diplomazia e diventa una forma di acquisizione. Non si parla più di relazioni tra popoli, ma di controllo su territori. Non si negoziano accordi, si ipotizzano passaggi di proprietà.

Il riferimento alla necessità che il presidente cubano si dimetta come condizione per alleggerire le pressioni economiche è, in questo contesto, emblematico. Non si tratta di sostenere riforme o processi democratici, si tratta di imporre un esito politico attraverso strumenti di coercizione economica e isolamento strategico.

Il rischio è duplice. Da un lato, si rafforza la narrativa dei regimi autoritari che descrivono gli Stati Uniti come una potenza interventista pronta a ridisegnare governi a proprio piacimento. Dall’altro, si indebolisce l’intero impianto normativo internazionale, già fragile, che dovrebbe garantire un minimo di equilibrio tra Stati.

C’è poi una questione di precedenti. Se si accetta l’idea che una nazione “indebolita” possa essere oggetto di appropriazione politica, quale sarà il prossimo caso? Quale crisi futura potrà essere interpretata come opportunità di intervento diretto?

La storia recente ha già mostrato quanto possano essere destabilizzanti le operazioni di “esportazione della stabilità”. L’Iraq, la Libia, attualmente la guerra in Iran, lo stesso Venezuela evocato nel contesto delle dichiarazioni, esempi diversi, ma accomunati da un esito incerto e spesso drammatico.

Un linguaggio come quello utilizzato da Trump non è neutrale. Plasma aspettative, orienta decisioni, legittima approcci. E soprattutto contribuisce a banalizzare l’idea che il potere possa sostituirsi al diritto.

Criticare il regime cubano è legittimo. Sostenere il popolo cubano è doveroso. Ma trasformare una crisi umanitaria in un’occasione di dominio politico è un passo pericoloso, che rischia di riportare la politica internazionale indietro di decenni.

Nel mondo interconnesso di oggi, la sovranità non è un relitto del passato, è una delle poche garanzie rimaste contro l’arbitrio delle grandi potenze. Trattarla come una variabile opzionale significa aprire la porta a un ordine internazionale più instabile, più conflittuale e, in ultima analisi, più ingiusto.