La risposta che arriva da Europa e Asia all’appello di Donald Trump per una coalizione navale nello Stretto di Hormuz segna un passaggio politico significativo, per una volta, una larga parte della comunità internazionale sembra ricordare che il diritto internazionale e la prudenza strategica esistono ancora.
Lo stretto di Hormuz non è una semplice rotta marittima. Attraverso quel passaggio transita circa un quinto dell’energia mondiale. Bloccarlo o militarizzarlo significa colpire direttamente l’economia globale. Eppure proprio questo rischio è diventato realtà dopo che Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna militare su larga scala contro l’Iran, una guerra iniziata senza alcuna chiara strategia per la gestione delle sue conseguenze.
Ora Washington chiede agli altri di intervenire.
La richiesta di Trump ai partner internazionali di inviare navi da guerra per scortare il traffico commerciale nello stretto appare come il tentativo di trasformare un’operazione militare americana e israeliana in una responsabilità collettiva. Ma la risposta è stata sorprendentemente fredda.
Il Giappone ha invocato i limiti della propria costituzione pacifista. L’Australia ha chiarito che non contribuirà con forze navali. Diversi governi europei hanno assunto una posizione analoga, il Regno Unito ha escluso una missione NATO, la Grecia ha indicato che non parteciperà a operazioni militari nello stretto, la Germania ha sottolineato che servirebbe un nuovo mandato parlamentare, mentre l’Italia ha insistito sulla necessità della diplomazia.
Persino l’Unione Europea, pur discutendo la possibilità di rafforzare la sicurezza marittima, si muove con estrema cautela. L’eventuale estensione della missione navale europea Aspides richiederebbe un nuovo quadro giuridico e un consenso politico che al momento appare tutt’altro che garantito.
Il messaggio implicito è chiaro, molti paesi non intendono farsi trascinare in una guerra che non hanno scelto.
Questa prudenza rappresenta un raro ritorno a un principio spesso dimenticato negli ultimi decenni, l’uso della forza militare dovrebbe essere l’ultima opzione, non l’inizio di un calcolo politico. La campagna militare lanciata da Washington e Tel Aviv contro l’Iran sembra invece essere stata avviata senza una vera pianificazione del “giorno dopo”.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il traffico petrolifero nel Golfo è stato gravemente interrotto. I mercati energetici globali sono entrati in una fase di forte instabilità. Il rischio di escalation regionale rimane elevato. E ora gli stessi leader che hanno scelto la strada militare chiedono agli altri paesi di contribuire a gestire il caos che ne è derivato.
Questa dinamica rivela una realtà politica sempre più evidente, la guerra è stata decisa da pochi, ma le sue conseguenze dovrebbero essere pagate da molti.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno presentato l’operazione contro l’Iran come un atto di forza necessario. Tuttavia, ciò che emerge oggi è soprattutto la mancanza di una visione strategica. Nessuna chiara architettura diplomatica, nessun piano realistico per la stabilità regionale, nessuna valutazione seria dell’impatto sull’economia globale.
In altre parole, una guerra iniziata come dimostrazione di potere rischia di trasformarsi in un fattore di disordine mondiale.
La prudenza mostrata da molti governi non è solo una scelta tattica. È anche un segnale politico, la comunità internazionale non è più disposta ad accettare automaticamente decisioni militari prese unilateralmente e poi trasformate in emergenze globali.
Lo Stretto di Hormuz resta un punto nevralgico dell’economia mondiale. Proteggerlo è nell’interesse di tutti. Ma questo non significa legittimare operazioni militari improvvisate né assumersi il peso delle ambizioni personali di leader che sembrano aver sottovalutato la complessità delle conseguenze.
Per una volta, la risposta internazionale appare chiara, la responsabilità di questa crisi appartiene prima di tutto a chi l’ha creata.
