Nel pieno di una nuova tempesta geopolitica, mentre il Medio Oriente brucia e il mercato energetico globale vacilla, gli Stati Uniti hanno compiuto una mossa inattesa: un allentamento temporaneo delle sanzioni sul petrolio russo. Una decisione che ha scatenato immediate reazioni in Europa e ha riaperto il dibattito su una domanda cruciale: l’Occidente può davvero isolare Mosca senza destabilizzare l’economia mondiale?
La misura è stata annunciata il 12 marzo 2026 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che attraverso l’Office of Foreign Assets Control ha pubblicato la licenza generale n.134. Il documento autorizza fino all’11 aprile tutte le operazioni legate alla vendita, al trasporto o allo scarico di petrolio russo caricato sulle navi prima del 12 marzo.
Secondo il segretario al Tesoro Scott Bessent, la decisione non rappresenta un cambio di strategia ma un intervento tecnico per evitare shock energetici. In un messaggio pubblicato sulla piattaforma X, Bessent ha definito la misura “un provvedimento altamente mirato e temporaneo per garantire la stabilità dei mercati energetici globali e mantenere bassi i prezzi”. Il ministro ha aggiunto che l’iniziativa “non porterà benefici finanziari significativi al governo russo, che ricava la maggior parte delle entrate energetiche dalle tasse alla produzione”.
Dietro questa scelta c’è un contesto internazionale molto più ampio. Il primo elemento che ha spinto Washington a muoversi riguarda la crisi energetica provocata dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
La tensione militare ha portato l’Iran a bloccare il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale. L’interruzione delle rotte ha fatto schizzare i prezzi del greggio sopra i 100 dollari al barile, livelli che non si vedevano dal 2022.
In questo scenario il petrolio russo già in viaggio è diventato una sorta di valvola di sicurezza per il mercato globale.
Secondo i dati riportati da Fox News, al 12 marzo circa 124 milioni di barili di petrolio russo si trovavano su petroliere in trenta punti diversi del pianeta. L’agenzia Reuters sottolinea che questo volume potrebbe compensare tra cinque e sei giorni di forniture globali interrotte dal blocco nello Stretto di Hormuz.
La stessa amministrazione americana ha ammesso che la decisione nasce dall’urgenza di evitare una crisi economica globale. Lo ha spiegato ancora Scott Bessent, dichiarando che il provvedimento serve a “salvare l’economia mondiale dagli effetti del regime iraniano”, riferimento diretto alla strategia di Teheran di usare lo stretto come leva geopolitica.
La scelta di Washington non è stata improvvisata. Il 10 marzo, durante una conferenza stampa, Donald Trump aveva anticipato la possibilità di sospendere temporaneamente alcune sanzioni energetiche. Il presidente americano aveva spiegato che l’obiettivo era “abbassare i prezzi del petrolio” e che le restrizioni avrebbero potuto essere sospese “per alcuni Paesi”.
Trump aveva aggiunto una frase significativa: “Forse non dovremo nemmeno ripristinarle se avremo una situazione di pace”. Queste parole hanno alimentato l’interpretazione di molti analisti secondo cui la Casa Bianca starebbe cercando uno spazio negoziale con Mosca, anche se ufficialmente Washington continua a sostenere l’Ucraina.
Allo stesso tempo la misura risponde anche a una logica di politica interna. Prezzi elevati dell’energia hanno un impatto diretto sull’inflazione americana e quindi sul consenso elettorale. Un barile sopra i 100 dollari rischia di tradursi rapidamente in benzina più cara per gli elettori statunitensi.
L’allentamento delle restrizioni ha avuto un effetto immediato soprattutto in Asia. Già il 6 marzo, Scott Bessent aveva autorizzato l’India ad acquistare per trenta giorni petrolio russo già in navigazione. Secondo fonti da Bloomberg, le raffinerie indiane – tra cui Indian Oil Corporation e Reliance Industries – hanno acquistato rapidamente tutte le partire possibili sul mercato spot.
In pochi giorni Nuova Delhi avrebbe comprato circa 30 milioni di barili di greggio russo. La decisione americana ha aperto la strada anche ad altri Paesi. Il quotidiano thailandese The Nation riferisce che il vicepremier e ministro dei Trasporti Phiphat Ratchakitprakarn ha annunciato negoziati per acquistare petrolio russo al fine di compensare eventuali carenze dovute alla crisi mediorientale.
Anche Bangladesh, fortemente dipendente dal petrolio del Golfo, ha chiesto agli Stati Uniti il permesso di acquistare greggio russo. Lo ha rivelato l’agenzia Associated Press, citando un incontro tra il ministro delle Finanze Amir Chowdhury e l’ambasciatore americano a Dhaka Peter Christensen.
Da Mosca la decisione americana è stata interpretata come una conferma di ciò che il Cremlino sostiene da tempo: il mercato energetico mondiale non può funzionare senza il petrolio russo.
Il portavoce di Vladimir Putin, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che l’allentamento delle restrizioni rappresenta “un tentativo di stabilizzare i mercati energetici globali”. Peskov ha aggiunto che, almeno in questa fase, “gli interessi di Russia e Stati Uniti coincidono nel garantire la stabilità del mercato”.
Ancora più esplicito è stato Kirill Dmitriev, inviato speciale del presidente russo per la cooperazione economica internazionale. Dmitriev ha stimato che la deroga americana riguarda circa 100 milioni di barili di petrolio russo in transito e ha commentato che “senza il petrolio russo il mercato energetico globale non può restare stabile”.
Se negli Stati Uniti la misura è stata presentata come tecnica e temporanea, in Europa è stata accolta con forte preoccupazione.
Il primo a reagire è stato il presidente del Consiglio europeo António Costa, che ha definito la decisione americana “molto preoccupante” perché “ha conseguenze dirette sulla sicurezza europea”.
Costa ha spiegato che per Bruxelles aumentare la pressione economica su Mosca resta essenziale. In un messaggio pubblicato sulla piattaforma X ha scritto che “rafforzare la pressione economica sulla Russia è fondamentale per costringerla ad accettare negoziati seri con l’Ucraina”.
Una posizione condivisa da Berlino. Durante una visita ufficiale in Norvegia, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che allentare le sanzioni “per qualsiasi motivo è un errore”. Parlando alla stampa nella base di Andøya, Merz ha aggiunto che l’obiettivo dell’Europa è evitare che “la Russia sfrutti la guerra con l’Iran per indebolire l’Ucraina”.
La ministra dell’Economia tedesca Katharina Reiche ha espresso una preoccupazione ancora più esplicita: “Temiamo che in questo modo continuiamo a riempire la cassa militare di Putin”.
Anche il governo britannico ha preso posizione. Un portavoce di Downing Street ha dichiarato che “tutti gli alleati di Kiev devono continuare a esercitare pressione sulla Russia e sul suo fondo di guerra”.
La Francia ha assunto una posizione più prudente. Ricevendo all’Eliseo il presidente ucraino Vladimir Zelenskij, il presidente francese Emmanuel Macron ha sottolineato che la decisione americana è “limitata ed eccezionale” e non rappresenta un cambio di linea.
Macron ha spiegato che “questa misura non mette in discussione gli impegni dei Paesi del G7 né l’impianto delle sanzioni”. Tuttavia ha aggiunto che “la situazione in Ucraina non giustifica in alcun modo la loro abolizione”.
Molto più dura la reazione dell’Ucraina. Durante la stessa conferenza stampa a Parigi, Zelenskij ha affermato che la decisione americana potrebbe fornire alla Russia circa 10 miliardi di dollari aggiuntivi per finanziare la guerra.
Il presidente ucraino ha dichiarato che “ogni dollaro proveniente dal petrolio russo si trasforma in droni e missili contro l’Ucraina” e ha aggiunto che l’allentamento delle sanzioni “non aiuta la pace”.
Dietro lo scontro diplomatico emerge una realtà più complessa. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, le entrate petrolifere russe nel febbraio 2026 sono scese al livello più basso dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022. Mosca ha incassato 8,2 miliardi di euro, circa 1,3 miliardi in meno rispetto a gennaio, mentre l’export giornaliero è sceso a 6,6 milioni di barili.
Allo stesso tempo però la guerra in Medio Oriente rischia di invertire questa tendenza. Un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, pubblicata dall’organizzazione tedesca Urgewald, sostiene che nei primi quindici giorni di combattimenti tra Stati Uniti e Iran la Russia avrebbe guadagnato circa 6 miliardi di euro extra grazie all’aumento dei prezzi dell’energia.
Il risultato è un paradosso geopolitico. Gli Stati Uniti stanno combattendo militarmente in Medio Oriente e contemporaneamente cercano di evitare che il mercato energetico globale collassi. In questa logica, anche il petrolio russo diventa uno strumento di stabilizzazione.
L’Europa invece ragiona in modo diverso. Per Bruxelles la priorità resta ridurre i finanziamenti alla macchina bellica russa, anche a costo di pagare prezzi energetici più alti.
Due strategie opposte che riflettono interessi differenti. Washington teme soprattutto una crisi economica globale e un’impennata dei prezzi dell’energia. L’Europa teme invece che ogni flusso di denaro verso Mosca prolunghi la guerra in Ucraina.
Nel mezzo, come spesso accade nella geopolitica contemporanea, c’è il petrolio: la materia prima che continua a determinare equilibri, alleanze e conflitti nel sistema internazionale.
