Zack Mennell, l’artista che si è immerso nel Tamigi con un costume di pannolini

La performance “(para)site” denuncia l’inquinamento dei fiumi e lo stigma sociale: l’artista si è immerso nel Tamigi con un costume fatto di pannolini, contraendo anche la malattia di Weil.

Zack Mennell

Sulla riva di Deptford, a Londra, una figura inquietante si immerge lentamente nelle acque torbide del Tamigi mentre il pubblico osserva in silenzio. È l’artista performativo Zack Mennell, che ha scelto di entrare nel fiume indossando un costume cucito con 24 pannolini per adulti.

Man mano che il corpo sprofonda nell’acqua, il costume si gonfia, impregnato non solo di acqua ma anche di detriti e rifiuti. La scena è parte della performance “(para)site”, un progetto artistico che mette insieme provocazione, critica sociale e riflessione ecologica.

Un progetto tra arte, politica e provocazione

L’idea di “(para)site” nasce come risposta a due questioni contemporanee: da un lato le rivelazioni sugli scarichi fognari nei fiumi britannici, dall’altro il linguaggio politico che spesso definisce i beneficiari di sussidi pubblici come un “peso” o un “parassita” per la società.

Da questa riflessione Mennell ha deciso di ribaltare l’accusa in chiave artistica. “Va bene”, si è detto, “allora sarò il parassita”.

L’azione è diventata però più letterale del previsto. Dopo essersi immerso nel Tamigi durante la performance finale, l’artista ha contratto la malattia di Weil, un’infezione trasmessa dall’urina di ratto presente nell’acqua contaminata.

Mennell stesso descrive il proprio lavoro con ironia: “È un po’ strano, un po’ intenso e anche un po’ sciocco”.

Il rapporto personale con il Tamigi

Cresciuto tra le cave di gesso di Thurrock, nell’Essex, Mennell si è poi inserito nella scena artistica londinese, attratto da quella che definisce una città segnata da contraddizioni sociali e culturali.

Il Tamigi è diventato nel tempo un luogo simbolico nella sua vita:

  • è lo spazio dove ha camminato nei momenti più difficili;

  • il posto dove è tornato durante il percorso di sobrietà;

  • e la fonte di ispirazione per molte opere artistiche.

Tra queste anche il film “A Sea Change”. L’artista racconta spesso di sentirsi come se stesse “lavorando con l’acqua”, talvolta addirittura discutendo con essa.

Performance estreme ma pensate per creare connessione

Le performance di Mennell possono risultare spiazzanti per chi non ha familiarità con l’arte dal vivo. In passato, durante una residenza artistica nel progetto queer Rat Park, si è immerso in una sostanza vischiosa simile a un lubrificante industriale per riflettere sull’inquinamento e sulla vergogna sociale.

In un’altra azione ha raccolto la saliva del pubblico per costruire una meditazione sulla comunità.

Nonostante l’aspetto provocatorio, l’intento non è mai quello di scandalizzare.
Secondo Mennell, la performance è soprattutto un momento di confronto e di relazione con chi assiste.

“È una sfida per il pubblico”, ammette, “ma serve anche a creare un momento di connessione”.

“Common Host”, arte e comunità queer

Nel mese di marzo l’artista porterà avanti queste riflessioni con Common Host, un weekend di performance, proiezioni e workshop che si terrà nelle Safehouses di Peckham, a Londra.

L’evento sarà dedicato al rapporto tra folklore, paesaggi degradati e crisi ecologica, temi ricorrenti nel lavoro di Mennell. Il progetto è sostenuto dal collettivo di performance sperimentali Future Ritual e coinvolgerà diversi artisti, tra cui il collaboratore abituale Martin O’Brien.

Per Mennell, la performance art è soprattutto un luogo di incontro: uno spazio dove si crea una comunità, anche se temporanea.

Arte, salute mentale e documenti personali

Nel lavoro dell’artista entrano spesso anche esperienze personali molto delicate. Durante gli anni universitari Mennell ha attraversato un grave crollo psicologico e ha accumulato numerosi documenti medici e valutazioni del Servizio Sanitario Nazionale britannico.

In una delle performance legate a “(para)site”, l’artista ha portato con sé queste lettere stampate su carta di riso, lasciando che si dissolvessero lentamente nell’acqua fangosa del Tamigi.

In un’altra azione ha chiesto al pubblico di leggere quei documenti ad alta voce, smontandone il linguaggio freddo e burocratico parola per parola.

Trasformare quei testi in materiale artistico è stato, racconta, un modo per cambiare il rapporto con documenti che parlavano “di lui ma mai a lui”.

La comunità come spazio di sopravvivenza

Molte delle opere di Mennell nascono da relazioni personali e collaborazioni artistiche. L’artista vede la comunità queer come una rete di sostegno fondamentale, soprattutto in una società che continua a privilegiare modelli familiari tradizionali.

Arrivare a Londra, racconta, ha significato trovare finalmente persone con esperienze simili.

“La comunità significa tutto”, spiega.
“Stare insieme è il modo in cui andiamo avanti. È una ragione di vita”.