Forza Italia e la crisi di una identità politica

L’appiattimento sulla leadership di governo e l’assenza di iniziativa programmatica segnano una crisi che va oltre i numeri

Antonio Tajani

Forza Italia attraversa oggi una crisi che non è più soltanto elettorale, con un consenso stabilmente fermo attorno a un modesto 8 per cento, ma profondamente politica e culturale. Il partito che per oltre vent’anni ha rappresentato, nel bene e nel male, l’asse liberale, moderato ed europeista del centrodestra italiano appare ormai incapace di riconoscersi in una propria identità autonoma. La progressiva appiattitura sulla leadership e sull’agenda di Giorgia Meloni segna una frattura evidente con la sua storia.

La figura di Antonio Tajani incarna in modo emblematico questa crisi. La concentrazione dei ruoli di vicepremier, ministro degli Esteri e segretario di partito conferisce un potere formale che non si traduce, tuttavia, in una reale capacità di indirizzo politico. Forza Italia appare sempre più subalterna alle dinamiche della coalizione, rinunciando a esercitare quel ruolo di equilibrio e mediazione che ne aveva giustificato a lungo la funzione all’interno del sistema politico.

Nel corso di questa legislatura, il partito non è riuscito a produrre alcuna iniziativa legislativa di chiara e riconoscibile impronta liberale. Nessuna riforma significativa sui diritti civili, sullo Stato di diritto, sulle libertà economiche o sulla modernizzazione delle istituzioni può essere attribuita con chiarezza alla sua azione. Questo vuoto non è casuale, è il frutto di una strategia di sopravvivenza che ha privilegiato la tenuta della coalizione rispetto alla coerenza con i valori fondativi.

La subordinazione alla linea della destra meloniana non è solo programmatica, ma anche simbolica. La partecipazione di Tajani a consessi internazionali eterogenei, come il cosiddetto board of peace promosso da Donald Trump, che riunisce leader di ogni orientamento politico, inclusi rappresentanti di regimi autoritari e oligarchie, ha contribuito ad accrescere l’ambiguità della postura internazionale del partito. Per una forza che si è sempre dichiarata atlantista, europeista e liberale, si tratta di un passaggio che solleva interrogativi sulla coerenza e sulla credibilità.

Forza Italia sembra così aver smarrito la propria funzione storica, quella di argine alle pulsioni sovraniste e identitarie e di ponte tra il centrodestra italiano e le grandi famiglie politiche europee. L’eredità berlusconiana, al netto di ogni giudizio sul suo fondatore, si fondava su un’idea precisa, un partito democratico-liberale, laico e riformista, collocato nel Partito Popolare Europeo, saldamente occidentale e pragmatico, capace di dialogare con i ceti produttivi e con le istituzioni europee. Di tutto questo resta oggi poco più di un richiamo formale.

Il risultato è un partito svuotato, privo di visione e progettualità, ridotto a forza ancillare all’interno di una coalizione guidata da un’identità politica che non gli appartiene. La deriva identitaria non è soltanto una scelta tattica, ma una rinuncia strategica, senza una chiara proposta liberale, Forza Italia rischia di scivolare verso una progressiva irrilevanza.

Forse il punto più basso non è ancora la sconfitta elettorale, ma la perdita di senso. Un partito che non sa più spiegare perché esiste ha già smesso, di fatto, di fare politica.