Individuata per la prima volta nel 1952 in Tanzania, la chikungunya è stata a lungo considerata una malattia confinata alle aree tropicali, dove provoca milioni di infezioni ogni anno. Oggi, però, nuove evidenze scientifiche mostrano che il virus può essere trasmesso in gran parte dell’Europa.
La malattia è nota per i dolori articolari intensi e persistenti che può causare, spesso debilitanti e, nei casi più gravi, pericolosi per bambini piccoli e anziani. Fino al 40% dei pazienti può continuare a soffrire di artrite o dolori severi anche cinque anni dopo l’infezione.
Il ruolo decisivo della zanzara tigre asiatica
La diffusione europea è legata all’espansione della zanzara tigre asiatica, Aedes albopictus, specie invasiva attiva soprattutto di giorno. Negli ultimi decenni si è progressivamente stabilita in molti Paesi del continente, favorita dall’aumento delle temperature.
Il meccanismo di trasmissione è semplice ma efficace: quando una zanzara punge una persona infetta, il virus entra nel suo intestino e, dopo un periodo di incubazione, raggiunge le ghiandole salivari. A quel punto, ogni nuova puntura può trasmettere l’infezione. Se però l’incubazione supera la vita media dell’insetto, la catena si interrompe. Proprio su questo aspetto si concentra il nuovo studio.
Temperature più basse, rischio più alto
La ricerca, pubblicata sul Journal of the Royal Society Interface, ha analizzato i dati di 49 studi precedenti per stimare con precisione l’intero intervallo di temperature in cui il virus riesce a completare il periodo di incubazione nella zanzara.
Il risultato è significativo: la soglia minima per la trasmissione si colloca tra 13 e 14 °C, circa 2,5 °C in meno rispetto alle stime precedenti (16-18 °C). Una differenza definita “scioccante” dai ricercatori, perché amplia sia le aree geografiche sia i mesi dell’anno in cui possono verificarsi contagi.
Sei mesi di rischio nel Sud Europa
Con le nuove soglie, le infezioni risultano possibili per oltre sei mesi all’anno in Paesi come Spagna, Portogallo, Italia e Grecia.
In Stati dell’Europa centrale e occidentale come Belgio, Francia, Germania e Svizzera, la finestra di rischio varia da tre a cinque mesi l’anno. Anche nel sud-est dell’Inghilterra la trasmissione potrebbe avvenire per circa due mesi.
Secondo gli scienziati dell’UK Centre for Ecology & Hydrology (UKCEH), l’Europa si sta riscaldando a un ritmo quasi doppio rispetto alla media globale, rendendo probabile un’ulteriore espansione verso nord nei prossimi anni.
Focolai già in aumento
Negli ultimi anni sono stati segnalati casi in oltre dieci Paesi europei. Nel 2025, focolai con centinaia di contagi hanno colpito in particolare Francia e Italia.
Le epidemie europee sono generalmente innescate da viaggiatori rientrati da aree tropicali — come l’isola della Riunione — che, una volta punti dalle zanzare locali, danno avvio alla trasmissione sul territorio. Finora gli inverni rigidi hanno limitato la sopravvivenza delle zanzare, ma nel Sud Europa si osserva sempre più spesso un’attività quasi annuale.
Il caso del Regno Unito
Nel Regno Unito non sono ancora stati registrati casi di trasmissione locale. Tuttavia, tra gennaio e giugno 2025 sono stati notificati 73 casi importati, quasi il triplo rispetto allo stesso periodo del 2024. La zanzara tigre è stata individuata, ma non risulta ancora stabilmente insediata.
Gli esperti sottolineano l’importanza di impedirne l’insediamento definitivo, poiché la specie è in grado di trasmettere anche altri virus come dengue e Zika.
Prevenzione e sorveglianza: cosa si può fare
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il clima gioca un ruolo centrale, ma esistono margini di intervento. Le azioni prioritarie includono:
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eliminare ristagni d’acqua dove le zanzare depongono le uova;
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indossare abiti lunghi e chiari;
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utilizzare repellenti;
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rafforzare i sistemi di sorveglianza sanitaria.
Sono disponibili vaccini, ma i costi elevati ne limitano l’uso su larga scala. Per ora, la prevenzione resta lo strumento più efficace.
Un rischio destinato a crescere
L’assenza di un vero “blocco invernale” nel Sud Europa potrebbe favorire epidemie più estese e durature. Con il proseguire del riscaldamento globale, la chikungunya rischia di trasformarsi da minaccia occasionale a problema sanitario strutturale per ampie aree del continente.
Il nuovo studio offre una mappa più precisa dei mesi e delle zone a rischio, fornendo alle autorità uno strumento concreto per pianificare interventi mirati. Ma il messaggio degli scienziati è chiaro: senza un’azione tempestiva, l’espansione verso nord è solo questione di tempo.
