L’ultima apparizione pubblica di Fabrizio Corona prima della chiusura dei suoi profili social avviene nello studio di Peppy Night, il programma condotto da Peppe Iodice su Canale 21, poi rilanciato su YouTube. Un’intervista che, riascoltata oggi, sembra quasi una dichiarazione programmatica.
Corona si presenta come imprenditore digitale più che come ex paparazzo, e racconta Falsissimo non come un semplice format di gossip, ma come un progetto che richiede studio, preparazione e un coinvolgimento personale totale. Non c’è l’atteggiamento di chi improvvisa: c’è piuttosto la rivendicazione di un metodo, per quanto discutibile.
Soldi, lavoro e stress: la narrazione dell’impegno totale
Alla domanda se Falsissimo nasca per senso di giustizia o per interesse economico, Corona risponde senza ambiguità: lo fa per soldi. Ma subito allarga il discorso. La televisione, dice, è sempre nata per generare profitto. Conduttori, artisti, calciatori: tutti lavorano per guadagnare.
La differenza, nella sua versione dei fatti, sta nel carico emotivo e fisico del lavoro. Corona descrive settimane di isolamento, giornate da venti ore, notti passate sui documenti, uno stress che si somatizza fino a manifestarsi fisicamente. Arriva a parlare di herpes, di un corpo che “ha ceduto”, della necessità di un check-up medico.
È un racconto che serve anche a costruire una figura precisa: quella di chi non si limita a “spararla grossa”, ma prepara scientificamente l’effetto che otterrà sul pubblico.
La “verità” come percezione, non come sentenza
Quando Corona parla di verità, non lo fa in senso giudiziario. Non rivendica sentenze, ma una forma di autenticità comunicativa. Secondo lui, ciò che conta non è solo cosa si dice, ma come lo si dice: l’empatia, l’enfasi, il coinvolgimento emotivo.
È qui che entra in gioco il pubblico. Corona sostiene che il suo successo derivi dal fatto che chi lo ascolta percepisce che non sta fingendo. Anche quando esagera, anche quando provoca, il pubblico riconoscerebbe una forma di sincerità performativa. E questo, nell’ecosistema dei social, vale più di qualsiasi verifica formale.
Il passaggio su Gerry Scotti e l’assenza di querele
Nel corso dell’intervista, Corona torna anche su Gerry Scotti, sostenendo che il conduttore non lo avrebbe denunciato per un motivo preciso: il rischio dell’exceptio veritatis, ovvero che in sede processuale emergano elementi a sostegno delle affermazioni contestate.
È una dichiarazione che resta sospesa. Non ci sono conferme né smentite, e proprio questa ambiguità contribuisce a rafforzare il meccanismo narrativo tipico di Corona: insinuare senza chiudere, lanciare senza dimostrare, alimentare una zona grigia che vive di attenzione.
La rimozione dei social: un’azione legale atipica
Poche ore dopo l’intervista, arriva il colpo di scena. I profili social di Fabrizio Corona vengono rimossi. Non per un intervento della magistratura penale, ma in seguito a un’azione dell’ufficio legale di Mediaset.
Una mossa tutt’altro che ordinaria: Google rimuove da YouTube i contenuti legati a Falsissimo, Meta oscura l’account Instagram e viene bloccato anche quello TikTok. Una rimozione trasversale, che colpisce l’intera presenza digitale ufficiale di Corona.
La notizia si diffonde rapidamente, ma Corona non la commenta subito. E anche questo silenzio diventa parte del racconto.
Perché chiudere un account oggi non basta
Il punto centrale non è la chiusura in sé, ma la sua inefficacia strutturale. Nell’ecosistema digitale attuale, i contenuti non vivono più in un solo luogo. Si frammentano, si moltiplicano, si spostano.
Clip riprese in discoteca, video girati con lo smartphone, estratti rilanciati su X, TikTok o Instagram: Corona continua a circolare anche senza i suoi canali ufficiali. Anzi, diventa ancora più “condivisibile”, perché privo di contesto e quindi più facilmente adattabile alla logica del meme.
Tentare di fermare questo processo equivale a pensare che basti rimuovere un file per cancellare un’eco.
Un prodotto che si è emancipato dal sistema che l’ha creato
C’è poi un paradosso difficile da ignorare. Fabrizio Corona è, in larga misura, il risultato di una cultura televisiva che ha fatto della spettacolarizzazione del privato una leva fondamentale. Un metodo che per anni ha funzionato benissimo anche per Mediaset.
Oggi Corona applica quelle stesse logiche in modo più estremo, più rapido, più adatto ai social. Il risultato è una creatura che sfugge al controllo, perché ha imparato a muoversi meglio nel nuovo ambiente.
Bloccarlo significa, in un certo senso, scontrarsi con la propria eredità.
Corona come personaggio, non come fonte
Lo dimostra anche il successo delle imitazioni di Fiorello. Molti non seguono Corona per ciò che dice, ma per come lo dice. La postura, i gesti, le frasi ricorrenti, la teatralità: tutto contribuisce a trasformarlo in una maschera.
In questo senso, Corona è già oltre la categoria del “vero” o del “falso”. È diventato una figura narrativa, un meme vivente. E i meme, per definizione, non rispondono alle regole della censura tradizionale.
Conclusione: l’errore di pensare in analogico
La chiusura dei profili di Fabrizio Corona sembra figlia di un’idea analogica del controllo: elimino la fonte, elimino il problema. Ma il presente funziona diversamente. Ogni contenuto si rifrange, ogni storia si replica, ogni personaggio sopravvive in mille copie imperfette.
Corona non è un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema che fatica ad accettare che il potere di diffusione non è più centralizzato. E forse è proprio questo, più delle sue parole, a renderlo così difficile da fermare.
