Huda Kattan, fondatrice del brand cosmetico Huda Beauty, è finita al centro di una tempesta mediatica dopo aver condiviso sul suo profilo Instagram un video identificato da numerosi attivisti iraniani come propaganda della Repubblica Islamica dell’Iran. Le immagini mostravano sostenitori del regime sventolare la bandiera ufficiale e bruciare ritratti del principe ereditario Reza Pahlavi, figura considerata da molti manifestanti un simbolo dell’opposizione.
Il contesto è quello di proteste sanguinose che da settimane attraversano l’Iran, represse con estrema violenza. Secondo alcune stime, le vittime tra i manifestanti potrebbero arrivare fino a 30.000. Sui social circolano video espliciti che documentano aggressioni con machete e uccisioni avvenute persino all’interno degli ospedali.
Le reazioni alle parole di Huda Kattan
Dopo le critiche, Huda Kattan ha dichiarato di “non sapere abbastanza” per esprimersi sull’Iran, definendolo un affare interno. Una posizione che ha sollevato ulteriori polemiche: molti utenti si sono chiesti come fosse possibile sostenere di non avere informazioni sufficienti, dopo aver comunque amplificato un contenuto apertamente pro-regime davanti a milioni di follower, senza mai dare spazio alle voci delle donne e degli uomini iraniani vittime della repressione.
Boicottaggi e proteste social
La reazione del pubblico non si è fatta attendere. Su Instagram, Facebook e X sono apparsi numerosi video di ex fan che distruggevano o gettavano via i prodotti del brand. Alcuni gesti sono diventati virali, trasformandosi in simboli di protesta. In rete, Huda Beauty è stata ribattezzata con appellativi durissimi come “mullah beauty” e “blood beauty”, mentre cresceva la pressione su grandi rivenditori affinché interrompessero le collaborazioni.
Il caso TikTok e le accuse di antisemitismo
La situazione è ulteriormente degenerata quando un video pubblicato da Huda Kattan su TikTok ha attirato l’attenzione dei media internazionali. Nel filmato, poi rimosso dalla piattaforma, l’imprenditrice diffondeva teorie complottiste di matrice antisemita, arrivando ad attribuire a Israele eventi storici drammatici come le due guerre mondiali, gli attentati dell’11 settembre e l’attacco del 7 ottobre compiuto da Hamas.
Accuse considerate estremamente gravi, riconducibili a narrazioni complottiste già note, che hanno provocato indignazione immediata e la condanna di associazioni e osservatori che monitorano la diffusione dell’antisemitismo online.
La risposta di Sephora
Sotto la crescente pressione dell’opinione pubblica, Sephora ha annunciato la cancellazione della campagna autunnale di Huda Beauty intitolata “Esperti”. Una decisione tutt’altro che semplice, considerando il peso commerciale del brand, soprattutto tra i consumatori più giovani. Nonostante le critiche per la lentezza della reazione, la scelta finale ha segnato una presa di posizione netta: l’antisemitismo non è compatibile con i valori dell’azienda.
Influencer, brand e responsabilità sociale
Il caso Huda Beauty va oltre il mondo del make-up. Evidenzia quanto oggi il confine tra marketing, politica ed etica sia sempre più sottile. Collaborare con un influencer significa anche assumersi le conseguenze delle sue dichiarazioni pubbliche, soprattutto quando queste rischiano di alimentare odio, disinformazione o violenza.
La vicenda solleva anche interrogativi cruciali sul ruolo delle piattaforme social: quanto sono rapide ed efficaci nel contrastare contenuti pericolosi? E quanto sono consapevoli gli influencer dell’impatto delle loro parole?
Un precedente che lascia il segno
La rottura tra Sephora e Huda Beauty rappresenta un precedente importante. Dimostra che, anche per marchi potenti e personalità con milioni di follower, le conseguenze possono essere concrete. Nel 2025, la popolarità non basta più: le aziende sono chiamate a vigilare sui valori che rappresentano. Perché, oggi più che mai, le parole hanno un peso.
