Di fronte all’Iran, l’amministrazione Trump sembra oscillare tra due tentazioni, la guerra “risolutiva” e l’illusione del bisturi. Le indiscrezioni raccolte dalla stampa internazionale delineano un ventaglio di opzioni che va dai raid mirati contro comandanti e apparati repressivi, con l’obiettivo dichiarato di ispirare nuove proteste, fino a un attacco più ampio e duraturo contro infrastrutture strategiche, dal programma missilistico ai siti di arricchimento nucleare. Due strade diverse, ma con un punto in comune, entrambe rischiano di produrre l’effetto opposto a quello proclamato.
L’idea di “colpire chirurgicamente” per favorire un cambio di regime è una formula che, nella storia recente, ha raramente mantenuto le promesse. Non per mancanza di potenza militare, ma per l’asimmetria tra mezzo e fine, un raid può distruggere obiettivi, non sostituire sistemi politici. La convinzione che eliminare alcuni vertici o colpire simboli di potere possa restituire coraggio ai manifestanti ignora la realtà brutale delle repressioni. Dopo migliaia di morti, con cifre controverse ma comunque impressionanti, un movimento civile non risorge semplicemente perché un aereo americano ha centrato un edificio dell’intelligence. Al contrario, l’impatto psicologico può essere paralizzante, paura, disorientamento, delegittimazione interna del dissenso, immediata propaganda governativa sul “complotto straniero”.
È qui che la strategia americana entra nel suo paradosso. La Casa Bianca ragiona sul cambio di regime mentre l’Iran, pur indebolito economicamente e politicamente, non mostra fratture decisive. La struttura di sicurezza è dominata dai Guardiani della Rivoluzione (IRGC), cioè l’attore più duro e ideologizzato dell’intero sistema. Colpire dall’esterno non indebolisce necessariamente questa architettura, potrebbe rafforzarla. Ogni attacco americano offrirebbe all’IRGC la giustificazione perfetta per una nuova ondata repressiva e per consolidare il potere, presentandosi come unico argine alla disgregazione nazionale.
E se l’opzione diventasse più ampia, come suggeriscono alcune ipotesi di Washington, il prezzo umano crescerebbe rapidamente. Un’offensiva contro missili balistici o siti nucleari non sarebbe un gesto “esemplare”, ma un atto di guerra vero e proprio, con inevitabili morti civili e militari, reazioni a catena e rappresaglie. L’Iran non risponderebbe con una conferenza stampa, risponderebbe con droni, missili, attacchi indiretti, sabotaggi. E non necessariamente contro gli Stati Uniti, ma contro ciò che è più vulnerabile e vicino, le monarchie del Golfo, le rotte energetiche, lo Stretto di Hormuz.
Non è un caso che Arabia Saudita, Qatar, Oman ed Egitto, alleati di Washington che ospitano basi americane, si siano mossi per frenare la deriva. Temono di essere la prima linea di una guerra che non hanno scelto. Lo hanno detto con chiarezza brutale, gli Stati Uniti possono premere il grilletto, ma non vivranno le conseguenze. Le vivrà la regione.
Il punto politico, allora, è semplice e cupo, una guerra contro l’Iran non produrrebbe “liberazione”, ma destabilizzazione. Non un colpo al cuore del regime, ma un nuovo ciclo di massacri, nazionalismo coercitivo e caos regionale. E nel vuoto di una successione incerta, l’esito più realistico non è la democrazia, bensì l’ulteriore militarizzazione del potere. La storia insegna che i regimi non cadono perché bombardati, collassano quando perdono la capacità di governare dall’interno. Bombardare, spesso, restituisce loro proprio ciò che stavano perdendo, un nemico esterno su cui ricompattarsi.
