Niscemi: la cartina di tornasole dell’irresponsabilità politica

Era tutto previsto, il disastro nasce dall’indifferenza, non dalla pioggia.

Niscemi

La frana di Niscemi è stata raccontata come un evento geologico. E lo è, certo, terra che cede, asfalto che si spezza, famiglie costrette ad abbandonare case e sicurezza nel cuore della notte. Ma ridurla a un fatto naturale significa assolvere i veri responsabili. Perché Niscemi non è soltanto una frana, è la rappresentazione fisica del dissesto italiano, ambientale e istituzionale insieme. Una fotografia violenta di ciò che accade quando lo Stato, o ciò che ne resta, non governa, rinvia, rimanda.

La Protezione Civile classificava quell’area come a rischio molto elevato di dissesto geomorfologico. Non era un segnale debole, non era un allarme ambiguo, era una certezza. Eppure nulla è stato fatto in tempo. Nessuna messa in sicurezza adeguata, nessun monitoraggio strutturato, nessuna prevenzione. Il territorio è rimasto esposto come si lascia esposta una ferita, perché costa meno ignorarla oggi che curarla sul serio. Poi, però, la ferita si apre. E l’Italia, come spesso accade, scopre la tragedia solo dopo averla prevista.

Nel frattempo il quadro generale peggiora, in quattro anni l’Italia ha registrato un aumento significativo della superficie a pericolosità da frana, circa +15%. È un dato che non racconta solo la fragilità geomorfologica del Paese, ma anche il fallimento della politica climatica e del governo del territorio. Gli eventi estremi si intensificano, le piogge violente aumentano, la manutenzione diminuisce. La prevenzione resta una parola buona solo per convegni e slogan elettorali; mentre, sul terreno reale, il Paese rimane burocraticamente paralizzato e amministrativamente irresponsabile.

La frana diventa così un simbolo, non della natura matrigna, ma dello Stato inerte. Infrastrutture vecchie, suoli mai consolidati, fondi spesi male o mai spesi affatto. Con un copione ormai fisso, prima l’ignoranza dei rischi, poi l’emergenza, infine l’intervento tardivo, spesso più costoso e più propagandistico che risolutivo. Un loop nazionale. Sicilia, Calabria, Liguria, Marche, cambiano i nomi dei comuni, non cambia la dinamica.

È per questo che l’idea, avanzata da molti con buon senso, di usare i fondi del Ponte sullo Stretto per la messa in sicurezza della Sicilia suona non radicale, ma semplicemente razionale. Prima del Ponte vengono i cittadini. Prima della narrazione viene la vita concreta. Se hai territori che crollano, non puoi finanziare la cartolina, devi salvare la casa.

Niscemi ci ricorda ciò che l’Italia finge di non sapere, non siamo un Paese che “subisce” disastri. Siamo un Paese che li prepara con lentezza, li autorizza con negligenza e poi li piange con ipocrisia. E finché la politica resterà più interessata al simbolo del cemento che alla sicurezza delle persone, continueremo a chiamare “naturale” ciò che è, in realtà, colpa.