La Casa Bianca spara due volte: prima ai cittadini, poi alla verità

Pretti ucciso a terra, ma l’amministrazione Trump riscrive i fatti. E tenta di controllare le prove (e poi c’è chi vuole il Nobel per la pace)

Domenica 25 gennaio veglia per Alex Pretti

La morte di Alex Pretti a Minneapolis, ucciso sabato da colpi d’arma da fuoco sparati da agenti federali dell’immigrazione, sta diventando un caso politico nazionale. L’amministrazione Trump ha difeso l’operato degli agenti, sostenendo che l’uomo avrebbe aggredito le forze federali e che la sparatoria sarebbe avvenuta per legittima difesa. Tuttavia, diversi video ripresi da passanti e verificati da Reuters sembrano contraddire in modo significativo questa ricostruzione.

Secondo quanto riferito dai funzionari federali, Pretti avrebbe rappresentato una minaccia diretta per gli agenti. Gregory Bovino, alto funzionario della Border Patrol, ha dichiarato in televisione che “le vittime sono agenti della Border Patrol”, definendo la vicenda come un episodio in cui gli agenti sarebbero stati costretti a reagire. La stessa impostazione è stata ripresa dalla segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e da altri membri dell’amministrazione.

Ma le immagini circolate nelle ore successive mostrano un contesto diverso, Pretti, 37 anni, appare con un telefono in mano, mentre filma l’intervento degli agenti e si sposta tra i federali e alcune donne che vengono respinte e spinte a terra. Nel video si vede Pretti alzare un braccio per proteggersi quando viene colpito con spray al peperoncino. Poco dopo, più agenti lo afferrano, lo immobilizzano a terra e lo costringono in posizione inginocchiata. Quindi, a distanza ravvicinata, partono diversi colpi.

Una delle sequenze mostra anche un agente allontanarsi con una pistola sottratta dalla cintura di Pretti. Le autorità del Minnesota hanno confermato che l’uomo possedeva un regolare permesso statale per portare un’arma nascosta in pubblico, possibilità rientrante nel quadro dei diritti riconosciuti dalla Corte Suprema nel 2022. Tuttavia, il punto controverso riguarda la dinamica dell’intervento, non emergerebbero prove, nelle riprese disponibili, che Pretti abbia brandito l’arma o minacciato direttamente gli agenti.

Il capo della polizia di Minneapolis Brian O’Hara, intervenendo a “Face the Nation”, ha sottolineato che “i video parlano da soli”, definendo profondamente inquietante la distanza tra quanto filmato e la versione ufficiale dell’amministrazione federale.

La vicenda arriva in un contesto già estremamente teso. Questo mese Pretti è il secondo cittadino americano ucciso da agenti federali dell’immigrazione a Minneapolis. In precedenza, il 7 gennaio, Renee Good era stata uccisa durante un altro intervento. Anche in quel caso la versione dei federali, secondo cui la donna avrebbe tentato di speronare un agente con l’auto, è stata messa in discussione da testimoni e riprese amatoriali.

Il governatore del Minnesota Tim Walz ha nuovamente chiesto a Trump di ritirare gli agenti federali dallo Stato, denunciando un’escalation che alimenta scontri e proteste. Migliaia di persone sono tornate domenica per le strade di Minneapolis scandendo slogan contro l’ICE e chiedendo la fine delle operazioni federali. Contestualmente, un giudice federale ha emesso un ordine temporaneo che vieta all’amministrazione Trump di distruggere o modificare prove relative all’uccisione di Pretti.

A rendere il caso ancora più delicato è la frattura istituzionale tra autorità locali e federali. Il Dipartimento di Giustizia statunitense, nel precedente caso Good, ha ritirato la propria collaborazione all’indagine avviata dallo Stato, e diversi procuratori federali avrebbero rassegnato le dimissioni contestando la gestione politica dell’episodio.

Sul piano civile, la morte di Pretti ha suscitato una risposta emotiva immediata, residenti e operatori sanitari hanno allestito un memoriale improvvisato sul luogo dell’uccisione. Più di 200 colleghi del settore sanitario hanno partecipato alla commemorazione. Il procuratore generale del Minnesota Keith Ellison ha parlato di un trauma collettivo che sta colpendo direttamente il personale medico locale.

L’amministrazione Trump continua a descrivere queste operazioni come necessarie per far rispettare le leggi sull’immigrazione e ridurre la criminalità. Tuttavia, l’elemento che rende la vicenda politicamente esplosiva è la crescente discrepanza tra la narrazione ufficiale e quanto mostrano le riprese. In una fase di forte polarizzazione, la legittimità dell’azione federale rischia di dipendere non tanto dalle dichiarazioni, quanto dalla capacità delle istituzioni di accertare i fatti e garantire trasparenza.