La Gestapo di Trump uccide ancora

Alex Pretti, infermiere e cittadino americano, freddato durante una retata federale, la repressione migratoria diventa violenza politica e impunità istituzionale

Alex Pretti lavorava come infermiere in terapia intensiva presso il Veterans Affairs Medical Center di Minneapolis

Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva, lavorava per curare veterani americani. È morto sotto i colpi di agenti federali durante una delle più grandi operazioni di rastrellamento immigrati mai viste negli Stati Uniti. E qui occorre chiamare le cose col loro nome, non è stata una “tragica fatalità”, non è stato un “incidente operativo”. È stata l’esecuzione di un cittadino americano durante una repressione politica.

La versione ufficiale è quasi grottesca nella sua arroganza, Kristi Noem, segretaria della sicurezza interna, parla di “attacco”, la Border Patrol descrive Pretti come qualcuno che voleva “massacrare le forze dell’ordine”, Stephen Miller, Vice capo di Gabinetto della Casa Bianca, lo marchia come “aspirante assassino”. Ma i video raccontano altro, un uomo con un cellulare in mano, che tenta di frapporsi tra agenti e manifestanti, che alza il braccio per proteggersi dallo spray al peperoncino. Poi viene placcato. Immobilizzato. E colpito alle spalle.

Alle spalle. Questa è la parola che inchioda il potere.

Minneapolis ha già visto questo film. Lo ha visto con Renee Good, cittadina americana, uccisa a colpi di pistola mentre cercava di andarsene. Lo rivede ora con un’altra firma, quattro colpi rapidi alla schiena, mentre Pretti era a terra. E dopo, l’oscenità supplementare, l’apparato comunicativo che tenta di riscrivere il morto.

Non basta uccidere. Bisogna infangare.

E così il governo federale costruisce il solito copione, l’ucciso era “violento”, “pericoloso”, “non pacifico”. È la vecchia tecnica della degradazione morale della vittima, necessaria a lavare la coscienza del carnefice e a proteggere l’immunità politica dell’operazione.

Perché questa è la verità più amara, sotto Donald Trump, la repressione migratoria non è un tema amministrativo, è una strategia di potere. Serve a spaccare le comunità, a terrorizzare interi quartieri, a spingere città democratiche in uno stato di emergenza permanente. Si parla di 3.000 agenti schierati, non è un controllo, è un’occupazione.

I bambini saltano la scuola. Le famiglie smettono di andare in chiesa. I negozi chiudono. La paura si installa come un’infrastruttura invisibile. E intanto gli agenti federali, ICE, CBP, task force varie, operano come se fossero fuori dal diritto comune, arma, arresto, violenza, narrazione ufficiale. Nessuna responsabilità reale. Nessuna conseguenza.

Questo è ciò che accade quando lo Stato non applica più la legge, la sostituisce con la forza.

E allora sì, parlare di Gestapo trumpiana non è eccesso retorico, è diagnosi politica. Un apparato che agisce con militarizzazione, con rastrellamenti, con intimidazione della popolazione civile e con la presunzione di impunità. La differenza, oggi, è la bandiera e il linguaggio. Ma la funzione è la stessa, piegare una società attraverso la paura.

Alex Pretti non è morto “in mezzo agli scontri”. È morto nel punto esatto in cui la democrazia americana smette di proteggere i cittadini e comincia a proteggere i suoi tiratori.

A Minneapolis, ancora una volta, lo Stato ha sparato. E poi ha mentito.