Il parlamento della Cina si prepara ad approvare una nuova legge sull’“unità etnica”, destinata a incidere in modo significativo sul sistema educativo e sull’uso delle lingue minoritarie nel Paese.
Il provvedimento sarà votato dall’Assemblea nazionale del popolo (ANP), il principale organo legislativo dello Stato. Accadrà durante la conclusione delle cosiddette “due sessioni”, gli incontri politici annuali che riuniscono i vertici istituzionali e del Partito Comunista.
Oltre alla legge sull’unità etnica, i delegati sono chiamati ad approvare anche un nuovo codice ambientale e il quindicesimo piano quinquennale di sviluppo economico per il periodo 2026-2030. Dopo una settimana di discussioni, il voto finale è considerato sostanzialmente una formalità. L’ANP, infatti, non ha mai respinto una proposta inserita nel proprio ordine del giorno.
L’obiettivo: rafforzare il mandarino
Uno degli elementi centrali della nuova normativa riguarda l’istruzione. La legge prevede che nelle scuole il mandarino diventi la lingua di riferimento per l’insegnamento, mentre idiomi delle minoranze come tibetano, uiguro e mongolo avranno un ruolo più limitato.
La riforma si inserisce nella strategia politica promossa dal presidente Xi Jinping, che punta alla cosiddetta “sinizzazione” delle minoranze etniche, ovvero un processo di maggiore integrazione culturale con la maggioranza Han.
Nel descrivere questa visione, Xi ha paragonato i diversi gruppi etnici del Paese a “semi di melograno stretti insieme”, un’immagine usata per sottolineare l’idea di unità nazionale.
Cambiamenti anche nella segnaletica pubblica
La legge non riguarda solo la scuola. Il testo prevede che il mandarino abbia maggiore visibilità anche nella segnaletica pubblica rispetto ai caratteri utilizzati dalle minoranze etniche.
In alcune regioni autonome questi cambiamenti sembrano già essere in atto. In Mongolia Interna, ad esempio, negli ultimi anni alcuni cartelli pubblici sono stati modificati per dare maggiore risalto ai caratteri cinesi standard rispetto a quelli mongoli. Nel 2020 proprio in questa regione si sono verificate proteste contro la riduzione dell’uso della lingua locale nelle scuole.
Secondo Yalkun Uluyol, ricercatore di Human Rights Watch, molte delle misure contenute nella legge sono già state applicate in aree come Xinjiang e Tibet. A suo giudizio il provvedimento rappresenta un tentativo di “legalizzare l’assimilazione forzata e rafforzare il controllo politico”.
La lingua non è solo uno strumento di comunicazione: è una parte fondamentale dell’identità collettiva di un popolo. Quando una lingua viene progressivamente esclusa dalla scuola, dall’amministrazione pubblica o dagli spazi sociali, il rischio è che nel tempo perda parlanti fino a scomparire.
In discipline come la Sociolinguistica e l’Antropologia culturale la lingua è considerata uno degli elementi principali che definiscono l’identità di un gruppo. Attraverso la lingua si trasmettono: tradizioni e memoria storica, modi di pensare e valori culturali, letteratura orale, racconti e religione, il senso di appartenenza alla comunità.
Se una comunità perde la propria lingua, non perde automaticamente tutta la propria identità, ma spesso cambia profondamente il modo in cui si percepisce. In molti casi si osservano: indebolimento dell’identità culturale tradizionale, conflitti generazionali tra chi parla la lingua originaria e chi non la conosce più. Si renderanno difficili i tentativi di recupero linguistico nelle generazioni successive.
Un progetto seguito da vicino dal Partito Comunista
Secondo il sito di analisi politica NPC Observer, il progetto di legge ha ricevuto un’attenzione particolare da parte della leadership del Partito Comunista Cinese.
Nel 2025 l’intero Politburo, guidato da Xi Jinping, avrebbe discusso direttamente la bozza del provvedimento: un coinvolgimento di questo livello non si verificava da circa quarant’anni per una legge di questo tipo. Una preoccupazione che molti linguisti, antropologi e studiosi di diritti culturali condividono.
Il nuovo codice ambientale e gli obiettivi climatici
Tra le altre misure all’esame del parlamento c’è anche un nuovo codice ecologico e ambientale. Il testo dovrebbe riunire in un quadro normativo unico diverse leggi esistenti su inquinamento e tutela dell’ambiente.
Il codice rappresenta un tassello importante nella strategia climatica della Cina, che si è impegnata a raggiungere il picco delle emissioni di carbonio entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2060. Il documento contiene capitoli dedicati alla gestione dei rifiuti, alla prevenzione dell’inquinamento e alle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici.
Li Shuo, direttore del China Climate Hub presso l’Asia Society Policy Institute, ha spiegato che l’iniziativa segna “un passo avanti nello sviluppo del sistema giuridico ambientale cinese”, sottolineando come la regolamentazione del settore sia stata finora frammentata in molte leggi separate.
Le altre decisioni attese
Durante la sessione finale dell’ANP verranno votati anche il bilancio annuale dello Stato, il rapporto sul lavoro del governo e il nuovo piano quinquennale.
Il contesto economico resta uno dei temi centrali della riunione politica. Il premier Li Qiang ha annunciato per il 2026 un obiettivo di crescita del PIL pari al 4,5%, il più basso registrato negli ultimi decenni, segnale delle difficoltà economiche interne e del cambiamento delle priorità strategiche di Pechino.
