L’invito di Donald Trump a Vladimir Putin a entrare nel cosiddetto board of peace per Gaza non può essere liquidato come una semplice eccentricità diplomatica. È, al contrario, un atto politico denso di implicazioni, che rivela una precisa gerarchia di priorità e una altrettanto precisa rimozione.
La vittoria simbolica di Mosca
Secondo il Cremlino, l’offerta sarebbe effettivamente sul tavolo e Mosca starebbe “chiarendo le sfumature” prima di fornire una risposta. Una formula prudente, che però segnala un dato essenziale, per Putin, l’invito in sé è già un successo. La guerra in Ucraina, con il suo bilancio di morti, distruzioni e crimini documentati, scivola così sullo sfondo, trattata come una questione accessoria mentre si discute di pace in un altro teatro di crisi.
La sospensione della responsabilità internazionale
È qui che emerge il nodo politico centrale. Un leader che continua a respingere qualsiasi proposta credibile di cessate il fuoco in Europa orientale viene indicato come possibile garante di un processo di pace in Medio Oriente. Non si tratta di realpolitik, ma di una sospensione implicita del principio di responsabilità internazionale, l’aggressione militare viene normalizzata, archiviata come un fatto compiuto che non preclude più la piena legittimazione diplomatica del suo autore.
Il paradosso europeo
Se la Russia dovesse accettare formalmente l’invito, il paradosso diventerebbe evidente. Putin si troverebbe a condividere un organismo politico con leader e ministri europei che, negli ultimi anni, lo hanno indicato come aggressore e come minaccia all’ordine internazionale. Tra questi figurerebbe anche Giorgia Meloni, che ha fondato una parte rilevante della propria credibilità internazionale sul sostegno all’Ucraina e sull’allineamento atlantico. Un consesso di questo tipo difficilmente potrebbe essere letto come uno spazio neutrale di mediazione, apparirebbe piuttosto come una messa in scena della normalizzazione.
Il board come strumento politico personale
Il board of peace riflette, in questo senso, la cifra politica di Trump. Più che un organismo multilaterale strutturato, sembra uno strumento personale, coerente con una visione transazionale della politica estera, la pace come marchio, la diplomazia come club selettivo, la governance globale come estensione del potere individuale. Le indiscrezioni secondo cui l’adesione comporterebbe un contributo economico miliardario per ciascun paese rafforzano questa lettura.
Riabilitare Putin senza condizioni
La possibile reintegrazione di Putin nel circuito della piena legittimità internazionale, senza alcun mutamento della sua condotta in Ucraina, riporta alla luce un sospetto di lunga data: Trump non considera il presidente russo un problema da contenere, ma un interlocutore da recuperare. Non un paria, bensì un attore “forte” con cui ridisegnare gli equilibri globali, anche a costo di sacrificare coerenza politica, alleanze consolidate e riferimenti al diritto internazionale.
Un’Europa marginale e divisa
In questo scenario, l’Europa appare disorientata e marginale. Accettare di sedersi a un tavolo in cui Putin viene trattato come garante di pace significherebbe accettare una riscrittura implicita della realtà, l’aggressore trasformato in arbitro, la guerra ridotta a rumore di fondo.
Il vero nodo: l’Ucraina rimossa
Il punto, allora, non è Gaza. Il punto è l’Ucraina, o meglio la sua progressiva rimozione dal centro del discorso politico internazionale. Se la pace globale può essere affidata a chi continua a fare la guerra, non siamo di fronte a un semplice paradosso diplomatico, ma a una scelta politica consapevole. Una scelta che ha un nome preciso: riabilitazione.
