C’è qualcosa di profondamente stonato nel gesto con cui María Corina Machado ha consegnato la propria medaglia del Premio Nobel per la Pace a Donald Trump. Non un atto simbolico, non una dedica retorica, ma un dono materiale, fisico, ostentato, una medaglia d’oro passata di mano nello Studio Ovale come se fosse una moneta diplomatica. Un gesto che svuota il Nobel del suo significato e lo trasforma, senza troppi infingimenti, in strumento di scambio politico.
Il Nobel snaturato
Il paradosso è evidente. Il Premio Nobel per la Pace nasce per riconoscere chi ha contribuito alla riduzione dei conflitti e alla tutela dei diritti umani. Qui, invece, viene usato come leva per conquistare l’attenzione, e forse il favore, di un presidente che rivendica meriti di pacificazione mentre guida azioni militari contro uno Stato sovrano e coltiva mire apertamente espansionistiche. Non è solo una contraddizione morale, è un cortocircuito istituzionale.
La precisazione imbarazzata di Oslo
Il Comitato Nobel norvegese è stato costretto a intervenire per ribadire l’ovvio, la medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo no. Il Premio non si trasferisce, non si regala, non si eredita. È “inseparabilmente legato” al vincitore originario. Una precisazione che suona quasi imbarazzante, come se Oslo avesse dovuto ricordare al mondo che il Nobel non è un Rolex diplomatico né un lingotto da offrire per ammorbidire un interlocutore potente.
Dal simbolo alla merce
Ed è qui che emerge l’assurdità, e la gravità, del gesto di Machado. Nel tentativo di presentarsi come interlocutrice privilegiata di Washington, la leader dell’opposizione venezuelana ha finito per svilire il riconoscimento più prestigioso che le fosse stato attribuito. Un premio che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto rafforzare la sua autorevolezza morale viene invece usato come pedaggio d’accesso alla corte di Trump. Non simbolo di pace, ma valuta di scambio nella lotta per il potere in Venezuela.
Lo sdegno norvegese
La reazione norvegese non è solo formale. In un Paese che considera il Nobel uno dei principali strumenti di soft power, vedere quella medaglia sventolata alla Casa Bianca come trofeo personale di Trump ha suscitato sdegno. Non sorprende che voci accademiche e istituzionali abbiano parlato apertamente di errore di valutazione, se non di pentimento, per l’assegnazione del premio a Machado. Quando un riconoscimento finisce per legittimare comportamenti che ne negano lo spirito, il problema non è solo chi lo riceve, ma anche chi lo concede.
Il regalo inutile
Intanto, sul terreno politico, il regalo non ha prodotto i risultati sperati. Trump continua a negare a Machado il ruolo di guida del Venezuela e ha preferito affidare la transizione all’ex vicepresidente del regime, Delcy Rodríguez, una scelta che rende ancora più evidente l’inutilità, se non l’umiliazione, del dono. Il Nobel è stato ceduto, il potere no.
Un ripensamento necessario
Forse, a Oslo, qualcuno si starà davvero chiedendo se quel premio non sia stato assegnato con troppa leggerezza. Perché quando il Nobel per la Pace diventa un’arma negoziale, perde la sua forza simbolica e rivela una verità scomoda, anche i riconoscimenti più alti possono essere trascinati nel fango della realpolitik. E, una volta lì, non c’è dichiarazione ufficiale che li ripulisca davvero.
