La battaglia per la Groenlandia: sotto il ghiaccio, il potere

NATO, Stati Uniti e risorse critiche: come l’Artico è diventato un dossier geopolitico centrale

Il ghiaccio scricchiola, il vento taglia la faccia e a Nuuk, capitale di un’isola grande quanto un continente ma abitata da poco più di una città italiana di provincia, la geopolitica è entrata in scena con gli scarponi militari. Giovedì 15 gennaio 2026, mentre la Groenlandia provava a restare sé stessa, una piccola “delegazione” di uniformi europee è arrivata sull’Atlantico del Nord come si arriva su un confine: pochi numeri, molti simboli. Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia, Norvegia e Svezia hanno inviato personale militare sull’isola nell’ambito di una missione di ricognizione e addestramento guidata dalla Danimarca. NBC News parla di “small numbers” (piccoli numeri) e colloca l’arrivo nelle prime ore del giorno; altre ricostruzioni parlano di oltre 30 ufficiali complessivi.

La cornice ufficiale è quella di un’esercitazione danese, presentata come un test operativo nelle “condizioni uniche dell’Artico”: navi, aerei e personale chiamati a misurarsi con un teatro dove persino muoversi è una forma di politica. È la Danimarca a dirlo apertamente, spiegando che il rafforzamento della presenza serve a verificare la capacità di operare in un ambiente estremo, non a fare spettacolo muscolare. Ma il punto è che oggi, in Groenlandia, anche l’addestramento è un messaggio. E questo messaggio, stavolta, non è indirizzato a Mosca o a Pechino, bensì a Washington.

Dentro questa cornice, Copenaghen prova a rendere gestibile un tema esplosivo — “l’Artico” — riducendolo a una formula tecnica e rassicurante: presenza, interoperabilità, rotazioni. Non basi permanenti, non escalation dichiarate, ma una continuità operativa condivisa con gli alleati. Stando a quanto riportato da NBC News, il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha spiegato che l’obiettivo è “stabilire una presenza militare più permanente con un contributo danese più consistente”, precisando che i soldati di diversi Paesi NATO saranno presenti su base rotazionale, come riferito dall’emittente danese DR. È un linguaggio calibrato, quasi burocratico, ma carico di significato: perché in Groenlandia, oggi, ogni parola — come ogni esercitazione — vale quanto una dichiarazione politica.

Nello stesso giro d’ore in cui i militari europei mettono piede a Nuuk, dalla Casa Bianca arriva una frase che spegne qualsiasi illusione di de-escalation verbale. La portavoce Karoline Leavitt fa sapere che la presenza europea non influenzerà il processo decisionale del presidente né il suo obiettivo di acquisire la Groenlandia. Non è una sfumatura: è una linea. Il contesto diplomatico è già teso. Il giorno prima, 14 gennaio 2026, delegazioni della Groenlandia e della Danimarca hanno incontrato a Washington il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Il risultato, ammesso dagli stessi danesi, è l’esatto contrario di un punto d’incontro: permangono “divergenze fondamentali” sul futuro del territorio semi-autonomo danese.

E mentre la Casa Bianca parla come se la Groenlandia fosse un obiettivo di acquisizione, Nuuk risponde. Ed è un no. Secondo Reuters, il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha ribadito che l’isola non intende cambiare giurisdizione e ha detto, con una formula destinata a diventare la frase-simbolo di questa crisi, che la Groenlandia “non vuole appartenere agli Stati Uniti”, “non vuole essere governata dagli Stati Uniti” e “non vuole far parte degli Stati Uniti”.

Non è retorica: è identità istituzionale. La Groenlandia è parte del Regno di Danimarca, con un’autonomia ampia. L’Act on Greenland Self-Government è entrato in vigore il 21 giugno 2009, ampliando l’autogoverno rispetto all’Home Rule del 1979. È un dettaglio fondamentale anche per le risorse: l’autonomia ha inciso sul controllo e sulla gestione di molte materie interne, mentre difesa e politica estera restano nel perimetro danese, secondo l’architettura del Regno. La Groenlandia non è membro dell’Unione Europea: è uscita dopo il referendum e il percorso negoziale che ha portato al recesso effettivo nel 1985. Eppure, geopoliticamente è Europa: non per geografia fisica — è Nord America — ma per appartenenza istituzionale e alleanze. In numeri: 56.609 abitanti al 1° gennaio 2023, secondo Statistics Greenland. Una popolazione piccola, un territorio immenso. Ed è qui che il rapporto tra spazio e potere si fa vertiginoso.

L’Europa, intanto, percepisce l’odore di un cortocircuito storico. Il tema non è solo la Groenlandia: è la tenuta dell’Alleanza Atlantica. Secondo Reuters, il primo ministro polacco Donald Tusk ha avvertito che qualsiasi intervento militare americano negli affari dell’isola sarebbe “una catastrofe politica” e che un conflitto o un tentativo di annessione del territorio di un membro NATO da parte di un altro membro NATO equivarrebbe alla fine del mondo “così come lo conosciamo”, cioè dell’architettura di sicurezza costruita per decenni. In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni esclude lo scenario di una mossa militare americana e invita a rafforzare la presenza NATO nell’Artico: il tentativo di tenere insieme due verità che si stanno separando, l’alleanza e la fiducia.

Nel frattempo, Mosca alza la voce. L’ambasciata russa in Belgio, dove ha sede la NATO, ha denunciato che l’Alleanza sta aumentando la presenza militare nell’Artico “sotto il falso pretesto” di una crescente minaccia da Mosca e Pechino. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zacharova, ha avvertito che qualsiasi tentativo di ignorare gli interessi russi nella regione “non resterà senza risposta” e avrà conseguenze di vasta portata.

Poi c’è il punto più destabilizzante, perché non è una dichiarazione estemporanea: è carta politica. Secondo Axios, il 12 gennaio 2026 il deputato repubblicano Randy Fine ha presentato una proposta chiamata “Greenland Annexation and Statehood Act”, pensata per dare una cornice legislativa all’idea di annessione o acquisizione e persino di eventuale “statehood”, l’ipotesi estrema di una Groenlandia trasformata in Stato federato degli Stati Uniti, pur con scarse prospettive di diventare legge nell’immediato. E sempre sul fronte legislativo americano, secondo le ricostruzioni disponibili, il senatore Ruben Gallego ha promosso un’iniziativa mirata a impedire l’uso di fondi federali per azioni militari o ostilità contro la Groenlandia: segno che perfino l’ipotesi deve oggi essere neutralizzata per iscritto.

Ma torniamo al “tesoro” sotto il ghiaccio, perché è qui che la storia diventa pericolosa. Da mesi — e in forme diverse da decenni — la Groenlandia viene raccontata come l’El Dorado artico: terre rare, litio, grafite, idrocarburi, metalli. Una parte di questa narrazione poggia su basi scientifiche reali. La geologia dell’isola è antica e complessa, con rocce che risalgono a miliardi di anni e contesti mineralogici che possono ospitare risorse strategiche. Questa impostazione compare anche nelle ricostruzioni divulgative derivate da un testo pubblicato da The Conversation, “Greenland is rich in natural resources – a geologist explains why” (La Groenlandia è ricca di risorse naturali: un geologo spiega perché, ndt.), rilanciato da numerosi media internazionali.

Ma proprio perché la materia è reale, la propaganda è ancora più efficace: prende un nucleo di verità e lo gonfia fino a trasformarlo in destino. Qui serve separare i piani, senza scorciatoie. Esistono le stime potenziali, come quelle attribuite all’USGS sugli idrocarburi nel nord-est dell’isola, espresse in barili equivalenti e spesso citate per suggerire ordini di grandezza capaci di cambiare la percezione strategica della Groenlandia. Esistono poi le riserve contabili e comparabili. Quando si parla di terre rare, ciò che conta – sul mercato e nei dossier politici – è quanta parte sia tecnicamente ed economicamente estraibile. Un articolo di Newsweek, basato su dati USGS (United States Geological Survey), il Servizio Geologico degli Stati Uniti), colloca le riserve di terre rare della Groenlandia attorno a 1,5 milioni di tonnellate: un numero non irrilevante, ma lontano dai colossi globali e inserito in una filiera ancora fortemente concentrata in Asia. Infine, c’è l’estrazione reale, quella che produce davvero. Ed è qui che la leggenda inciampa. Non basta che i minerali esistano: servono infrastrutture, capitali, logistica, accettabilità sociale e costi sostenibili. Trasporti complessi, approvvigionamento energetico incerto, condizioni climatiche estreme e stagionalità rigida rendono ogni progetto un’operazione ad alto rischio. La Groenlandia è immensa, ma l’Artico non perdona: anche quando un giacimento appare promettente, l’equazione economica può rapidamente diventare proibitiva.

È in questo scarto – tra ciò che potrebbe esserci e ciò che conviene davvero estrarre – che si inserisce la geopolitica del 2026. Ed è per questo che l’arrivo di poche decine di militari non va letto come un fatto numerico, ma come un gesto in controluce. Secondo NBC News, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia invierà nei prossimi giorni ulteriori asset “di terra, aria e mare”. Sullo stesso piano si colloca la Finlandia: Yle, emittente pubblica nazionale con sede a Helsinki, citando il ministero della Difesa finlandese, riferisce l’invio di due ufficiali di collegamento in Groenlandia e spiega che, nella lettura di Helsinki, la sicurezza nazionale finlandese si rafforza quando gli alleati NATO sviluppano capacità operative nell’Artico.

Nel racconto dell’“oro verde” artico, un nome torna come un refrain: Kvanefjeld, nel sud dell’isola. È associato a depositi di terre rare e a un problema che trasforma la geologia in referendum morale: la presenza di uranio come sottoprodotto, che ha alimentato resistenze e scelte politiche locali. Qui la partita mineraria diventa una partita di sovranità. Chi decide, chi autorizza, chi pone il veto, chi paga il costo ambientale e sociale. E oggi il tema è riesploso perché Washington non parla più solo di investimenti o cooperazione: parla di controllo.

Di fatto, il Congresso americano getta benzina sul fuoco introducendo una proposta di legge che contempla apertamente l’annessione della Groenlandia. È un segno dei tempi: quando l’ipotesi di “acquisire” un territorio europeo entra nei binari legislativi di Washington, l’Europa comprende che non si sta più confrontando con una provocazione retorica, ma con uno scenario politico concreto.

La centralità improvvisa della Groenlandia nasce dall’incrocio di tre forze che, sommate, mettono sotto pressione le democrazie occidentali: sicurezza, transizione energetica e clima. La sicurezza, perché l’Artico è ormai un corridoio strategico dove contano presenza militare, pattugliamenti e controllo delle rotte. Il clima, perché lo scioglimento dei ghiacci modifica l’accessibilità e i calcoli economici, rendendo al tempo stesso l’ecosistema più fragile. Le materie prime, infine, perché la transizione energetica e la competizione tecnologica trasformano elementi come terre rare, litio e grafite in nodi critici delle catene di approvvigionamento globali.

Questa triade emerge chiaramente anche nei discorsi pubblici. Donald Trump lega l’idea di acquisizione della Groenlandia alla sicurezza nazionale statunitense e alla necessità di impedire a Russia e Cina di rafforzare la propria influenza nell’Artico. Danimarca e Groenlandia respingono ogni ipotesi di vendita e rivendicano la propria sovranità. L’Europa tenta di mostrare compattezza, ma senza spingere il confronto con Washington fino al punto di rottura.

C’è però un elemento che nessuna strategia può ignorare: la Groenlandia non è un giacimento, è una comunità. È abitata, governata, vota, discute, protesta, decide. Non è un pezzo di mappa da ridisegnare. È un Paese con un’autonomia reale e un percorso politico lungo, che parte dall’Home Rule del 1979, passa dal referendum e dall’entrata in vigore del Self-Government nel 2009 e si intreccia con un rapporto complesso con l’Europa, culminato nell’uscita dalla Comunità europea nel 1985.

Dentro questo perimetro, la scelta tra sfruttamento e tutela non è mai astratta. Anche dove esistono progetti minerari e interessi industriali, restano vincoli difficili da aggirare: la logistica artica, l’impatto ambientale, la gestione dei sottoprodotti – come l’uranio – e la sostenibilità economica complessiva.

La Groenlandia è così diventata lo specchio in cui l’Occidente guarda se stesso e fatica a riconoscersi. Da un lato l’alleanza militare più potente del mondo, concepita come patto di difesa comune. Dall’altro un presidente americano che insiste sull’idea di acquisire un territorio legato a un alleato. In mezzo, una Danimarca che parla di presenza più stabile ma rotazionale con i partner NATO, una Groenlandia che ripete “non vogliamo”, e un’Europa che cerca una risposta senza innescare la frattura finale.

E mentre i soldati sbarcano a Nuuk per esercitazioni presentate come operative, mentre Mosca accusa la NATO di muoversi sotto falsi pretesti, mentre al Congresso americano compaiono disegni di legge dal titolo che fino a ieri sarebbe sembrato satira, una verità resta immutabile, dura come la roccia sotto il ghiaccio: non è la Groenlandia ad essere cambiata all’improvviso: è il mondo intorno che ha deciso di trasformarla in un campo di prova.

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