L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega e il lancio del suo nuovo soggetto politico, “Futuro Nazionale”, non sono solo l’ennesimo episodio di frizione nel centrodestra italiano, sono il segnale che, anche in un contesto politico già saturo di radicalizzazioni, qualcuno punta ancora sull’estremismo come scorciatoia identitaria.
L’annuncio, affidato a Instagram con toni da manifesto, è costruito su un lessico volutamente incendiario, l’Italia descritta come “polveriera pronta a deflagrare”, la denuncia degli “inciuci”, la polemica contro una destra “moderata”, ritenuta inefficace e quasi codarda. Il generale rivendica una destra “vitale”, non negoziabile, non “a geometria variabile”, e imposta la propria proposta su un impianto simbolico e tradizionalista (virtù, identità, tradizioni, amore, libertà, eccellenza).
È un registro politico che in Italia abbiamo già visto molte volte, la retorica del riscatto nazionale, la nostalgia per una compattezza perduta, l’ossessione per confini, ordine e disciplina, la contrapposizione rigida tra “noi” e “loro”. Non è una novità, e soprattutto non è un vuoto da colmare, l’Italia, in verità, di estremismi ne ha avuti già abbastanza. Non solo nella storia più lontana, ma anche nella Repubblica, dove le tentazioni radicali si sono ripresentate ciclicamente, sotto forme diverse, quasi sempre con lo stesso copione emotivo, rabbia, identità, purificazione, nemico interno.
Tuttavia, proprio la storia repubblicana dimostra un fatto spesso ignorato dagli agitatori, gli estremismi, alla lunga, difficilmente raccolgono consensi di massa. Possono esplodere come fenomeni momentanei, possono polarizzare il dibattito e condizionare l’agenda, ma raramente riescono a trasformarsi in forza maggioritaria e stabile. L’elettorato italiano, per quanto disilluso, resta generalmente prudente verso i progetti troppo ideologici e troppo personalistici.
In questo senso, “Futuro Nazionale” rischia di essere più un fattore di disturbo che un reale protagonista del sistema politico. Vannacci non porta soltanto un’uscita individuale, porta via una porzione di consenso sensibile a parole d’ordine radicali, a un nazionalismo esplicito, a una visione identitaria rigida. Ma proprio per questo la sua iniziativa potrebbe servire soprattutto a sparigliare le carte.
La Lega, già in difficoltà strutturale e identitaria tra pulsioni sovraniste e necessità di governo, rischia di subire un’emorragia simbolica prima ancora che numerica. Fratelli d’Italia, che oggi occupa la posizione dominante nel campo conservatore, potrebbe trovarsi davanti un concorrente fastidioso sul terreno della radicalità, capace di sottrarre attenzione e voti alle sue frange più estreme.
Insomma, più che costruire un nuovo futuro, Vannacci potrebbe contribuire a frammentare un presente già instabile. E quando la politica si riduce a guerra intestina per piccoli spazi identitari, l’unico vero risultato è l’impoverimento del confronto democratico e l’ulteriore allontanamento dei cittadini. In un Paese che avrebbe urgente bisogno di riforme, serietà e visione, l’ennesima fiammata estremista rischia di essere soltanto rumore.
