Vannacci oltre il confine del centrodestra

L’approdo nell’orbita di AfD e la rottura con la Lega mettono a nudo le ambiguità di chi lo ha promosso

Alice Weidel - Roberto Vannacci

L’uscita di Roberto Vannacci dal gruppo dei Patrioti europei e il suo approdo in Europa delle Nazioni Sovrane, la formazione guidata da Alternative für Deutschland (AfD), impongono una riflessione che va oltre la cronaca parlamentare. Non tanto per la scelta individuale dell’ex generale, ormai coerente con un percorso politico sempre più radicale, quanto per le responsabilità di chi, in Italia, lo ha prima candidato, poi promosso, infine investito di ruoli apicali.

L’ingresso nel gruppo Esn, fondato da eurodeputati fuoriusciti da Identità e Democrazia anche dopo le controverse dichiarazioni di Maximilian Krah sulle SS, colloca Vannacci in un’area che non si limita al sovranismo critico verso Bruxelles, ma si spinge verso un nazionalismo identitario che in Germania ha suscitato allarmi istituzionali. AfD non è un semplice partito euroscettico, è una forza che ha conosciuto derive interne apertamente revisioniste e che ha costruito parte del proprio consenso su una retorica etno-culturale della nazione.

Vannacci ha rivendicato piena sintonia con quei “principi”, primato assoluto della sovranità nazionale, rigetto del Green Deal definito “truffa”, opposizione al sostegno militare all’Ucraina, teorizzazione della “remigrazione” anche per cittadini con doppia nazionalità qualora non si conformino ai valori occidentali. È un impianto ideologico che travalica il perimetro del conservatorismo democratico e si colloca in un orizzonte identitario, dove l’appartenenza culturale finisce per prevalere sulla cittadinanza giuridica.

Di fronte a questo quadro, la domanda politica riguarda la Lega. Come ha potuto un partito che ambisce a governare stabilmente un Paese fondatore dell’Unione europea nominare Vannacci vicesegretario, legittimandone la piattaforma politica, per poi trovarsi oggi a prenderne le distanze? Le idee oggi esibite a Bruxelles non sono nate improvvisamente, erano già evidenti nel linguaggio e nelle prese di posizione pubbliche che avevano accompagnato la sua ascesa.

Il nodo non è la legittimità del dissenso sull’invio di armi a Kiev o sulle politiche ambientali europee. In democrazia il confronto è fisiologico. Il punto è la cornice culturale in cui tali posizioni si inseriscono, una visione che interpreta l’immigrazione come minaccia di “sostituzione”, che considera incompatibili intere culture, che evoca l’espulsione di cittadini sulla base della loro adesione valoriale. È una concezione distante dalla tradizione costituzionale italiana ed europea.

Eppure Vannacci non sembra intenzionato a collocarsi fuori dal perimetro del centrodestra. Al contrario, il suo progetto, in vista delle elezioni politiche del 2027, è quello di ritagliarsi uno spazio proprio all’interno di quell’area, presentandosi come interprete di una “destra pura” che giudica l’attuale governo troppo moderato. Ma è lecito chiedersi quanto sia realisticamente praticabile questa ambizione.

I partiti liberali della coalizione, a cominciare da Forza Italia, difficilmente potranno accogliere senza contraddizioni un alleato che si riconosce in un gruppo europeo guidato da AfD e che fa della remigrazione un pilastro identitario. Anche per le componenti più istituzionali del centrodestra, la compatibilità con posizioni così radicali appare problematica sul piano europeo e internazionale.

Quanto alla Lega, il rapporto si è ormai trasformato in aperta conflittualità politica. Dopo essere stato valorizzato e promosso, Vannacci è diventato di fatto un concorrente diretto, se non il “nemico numero uno” nello spazio elettorale della destra sovranista. La sua critica all’“incoerenza” del partito su Ucraina, famiglia e politiche sociali suona come un atto d’accusa che mira a intercettarne l’elettorato più radicale.

La questione, dunque, non è solo personale. Riguarda la tenuta culturale e politica del centrodestra italiano. Se si intende restare in un alveo di conservatorismo democratico europeo, occorre tracciare confini chiari rispetto a esperienze che, come quella di AfD, hanno mostrato ambiguità pericolose verso la storia e i principi liberali. In caso contrario, il rischio non è semplicemente la frammentazione elettorale, ma un progressivo slittamento dell’intero dibattito pubblico verso posizioni sempre più estreme.