Usa, condannato a morte l’autore di Fort Hood: esecuzione in streaming

L'ex maggiore Nidal Hasan sarà giustiziato il 3 dicembre da un plotone militare. La trasmissione live e il ritorno alla fucilazione segnano una svolta profonda nel sistema punitivo americano.

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Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha ufficializzato un provvedimento destinato a sollevare un’ondata di sdegno e dibattito a livello internazionale. La condanna a morte dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan non solo sarà eseguita mediante un plotone di fucilazione, ma verrà trasmessa in diretta streaming. L’approvazione finale è giunta dal presidente Donald Trump, su forte raccomandazione del Segretario alla Difesa Pete Hegseth e confermata dal portavoce del Pentagono Sean Parnell.

L’applicazione della pena capitale nelle forze armate americane rappresenta un evento chirurgicamente raro. Per ritrovare un precedente nel diritto militare occorre risalire al 13 aprile 1961, data in cui fu giustiziato mediante impiccagione il soldato John A. Bennett.

I dettagli dell’esecuzione e la scelta della fucilazione

L’appuntamento per l’ex ufficiale, oggi cinquantaseicenne, è fissato per il 3 dicembre. A imbracciare le armi contro di lui saranno soldati dell’esercito statunitense.

La scelta di accantonare l’iniezione letale a favore del plotone d’esecuzione si inserisce in un quadro di spietato pragmatismo, alimentato dai recenti fallimenti tecnici delle esecuzioni farmacologiche nei vari Stati. Questa decisione conferma il ripristino a pieno regime delle esecuzioni federali, stralciando definitivamente la moratoria osservata dalle amministrazioni precedenti.

I fatti del 2009: l’assalto alla base di Fort Hood

La vicenda affonda le radici nel sanguinoso attacco del 5 novembre 2009 all’interno del Soldier Readiness Processing Center di Fort Hood, in Texas. Hasan, all’epoca maggiore e psichiatra dell’esercito nato negli Stati Uniti da famiglia di origine palestinese, aprì il fuoco con un’arma dotata di puntatore laser. L’uomo provocò la morte di 13 persone (tra cui 12 militari) e il ferimento di altre 32.

L’inchiesta catalogò Hasan come un “lupo solitario” radicalizzato, rimasto in contatto via e-mail con l’imam estremista Anwar al-Awlaqi. L’attentatore giustificò il massacro sostenendo di voler impedire l’invio dei soldati americani nei teatri bellici di Afghanistan e Iraq. Rimasto parzialmente paralizzato a causa delle ferite riportate durante lo scontro a fuoco prima dell’arresto, nel 2013 fu condannato a morte da un tribunale militare dopo aver rifiutato ogni difesa legale.

La spettacolarizzazione della morte: quando il potere regredisce al Medioevo

Al di là dell’aspetto giudiziario, ciò che suscita profonda indignazione è la scelta deliberata di trasformare la morte di un uomo in un evento mediatico globale. Affermare che la popolazione “deve vedere per capire le conseguenze” smaschera una drammatica regressione culturale: l’idea che l’esibizione muscolare della forza e la vendetta di Stato debbano prevalere su qualsiasi principio di civiltà, diritto o dignità umana.

Nel XXI secolo, un’era che dovrebbe essere definita dal progresso scientifico, etico e dai diritti umani, si assiste a una sconcertante deriva gogna-centrica. Se nel Medioevo si riempivano le piazze per assistere alle mutilazioni o alle impiccagioni con lo scopo di terrorizzare le masse, oggi si usa la fibra ottica e lo streaming ad alta definizione per fare esattamente la stessa cosa. Si svuota la giustizia della sua funzione più alta per ridurla a un macabro teatro di riaffermazione del potere.

Un’inquietante deriva per la società contemporanea

L’uso dello streaming per un’esecuzione pubblica rivela un cortocircuito etico che va ben oltre la singola decisione politica, lasciando trasparire una precisa e inquietante tendenza:

  • La giustizia convertita in intrattenimento d’impatto: La soppressione di una vita viene piegata alle dinamiche della “società dello spettacolo”. L’orrore viene trasmesso sugli schermi per catalizzare l’attenzione e generare consenso attraverso lo shock.

  • La tecnologia al servizio dell’arcaico: Si manifesta il paradosso di una società che abbraccia il futuro tecnologico più spinto, ma lo mette al servizio di pulsioni primordiali e logiche punitive spietate.

  • La dimostrazione di forza come propaganda: La punizione pubblica diventa un manifesto ideologico, un modo per esibire il pugno duro delle istituzioni a scapito dei principi dello Stato di diritto che dovrebbero distinguere una democrazia moderna da un regime oscurantista.

Con la firma presidenziale a convalidare la sentenza, il caso si avvia alla sua tragica conclusione. Una decisione che lascia aperta la sensazione che, pur con gli smartphone e le tecnologie più avanzate in mano, l’umanità stia compiendo enormi passi indietro nella gestione della giustizia e della propria civiltà.