Mentre a Parigi si riuniscono i leader europei per discutere il futuro dell’Ucraina dopo un possibile cessate il fuoco, l’attenzione del mondo si è già spostata altrove. L’arresto di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, e l’operazione militare che lo ha reso possibile, ha catalizzato l’agenda mediatica e politica internazionale, relegando il conflitto russo-ucraino in secondo piano. Non è solo una questione di cicli di notizie, è il segnale di una pericolosa ridefinizione delle priorità strategiche occidentali.
Parigi discute, Washington devia
Per Kiev, questo slittamento non è un dettaglio. È un campanello d’allarme. Zelensky lo sa bene, senza un impegno fermo e visibile degli Stati Uniti, ogni architettura di sicurezza europea rischia di restare un castello di carta. Le “garanzie” di cui si discute a Parigi, forze multinazionali, cooperazione militare, deterrenza post-bellica, hanno senso solo se sostenute da Washington. Senza gli Stati Uniti, la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” perde peso politico, credibilità militare e soprattutto capacità di deterrenza reale.
Il precedente pericoloso del Venezuela
Ma c’è un elemento ancora più inquietante. L’incursione americana in Venezuela ha di fatto legittimato l’intervento armato diretto contro un altro Stato sovrano, scavalcando le norme fondamentali del diritto internazionale. Che Maduro fosse un autocrate non è in discussione. Che il suo regime fosse corrotto e repressivo neppure. Ma l’azione unilaterale americana apre un precedente che non può essere ignorato, se l’uso della forza diventa uno strumento ordinario di politica estera, su quali basi morali e giuridiche l’Occidente continuerà a condannare l’aggressione russa in Ucraina?
La paura non detta di Kiev
È qui che la preoccupazione di Zelensky assume un significato più profondo. Non si tratta solo del timore di una riduzione degli aiuti militari. È il sospetto che l’Ucraina stia scivolando ai margini dell’agenda strategica americana, sacrificata a nuove priorità geopolitiche e a una dottrina sempre più disinvolta nell’uso della forza. In altre parole, l’Ucraina rischia di diventare “gestibile”, mentre il Venezuela è diventato “urgente”.
Pace senza protezione: una trappola
La conseguenza è una pericolosa ambiguità. Da un lato, si chiede all’Ucraina di accettare un cessate il fuoco; dall’altro, non si garantisce con chiarezza che quel cessate il fuoco sarà protetto. Si invoca la pace, ma si legittima l’intervento militare altrove. Si parla di ordine internazionale, ma lo si piega quando conviene. È una contraddizione che Mosca osserva con attenzione, e che potrebbe interpretare come un segnale di debolezza.
L’Europa tra retorica e impotenza
L’Europa, nel frattempo, appare prigioniera delle proprie esitazioni. Macron e Starmer parlano di forze europee, di deterrenza, di presenza militare. Ma Zelensky è brutale nella sua franchezza, non tutti sono pronti, non tutti possono, non tutti vogliono. Senza una guida forte e senza l’ombrello americano, la coalizione rischia di dissolversi in un esercizio retorico.
Il rischio di un doppio fallimento
Il rischio, dunque, è duplice. Da un lato, l’abbandono progressivo dell’Ucraina. Dall’altro, la normalizzazione di un mondo in cui il diritto internazionale è opzionale e la forza torna a essere la lingua franca. Se questo è il nuovo corso, allora le paure di Kiev non sono paranoia, sono lucida previsione.
E in questo scenario, il vero dramma non è solo che l’Ucraina venga dimenticata. È che l’Occidente stia dimenticando se stesso.
