Uccisa dall’ideologia, non dalla legge

Minneapolis e il volto reale della “law and order” trumpiana

Renee Nicole Good

La morte di Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina statunitense e madre, uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis, non è solo un fatto di cronaca nera. È il riflesso di un clima politico in cui la sicurezza viene piegata alla propaganda e l’applicazione della legge si trasforma in spettacolo ideologico. Un’operazione federale definita “la più grande di sempre”, agenti mascherati, versioni ufficiali divergenti, accuse di terrorismo interno, il risultato concreto è una donna morta nella sua auto. E nessuna evidenza che stesse compiendo qualcosa di illegale.

L’ICE come simbolo politico

Donald Trump ha voluto e rafforzato l’Immigration and Customs Enforcement come strumento centrale della sua guerra all’immigrazione. Ma Renee Good non era un’immigrata irregolare. Non era armata. Non risultava coinvolta in attività criminali. Secondo i familiari e chi la conosceva, era una persona dedita agli altri, impegnata nella comunità. Eppure è stata colpita a distanza ravvicinata da un agente federale che, secondo l’amministrazione, avrebbe agito per legittima difesa. Il video circolato non mostra un attacco evidente, né un agente travolto. Mostra confusione, paura, un’auto che tenta di allontanarsi. In uno Stato di diritto, il dubbio dovrebbe imporre prudenza. Qui, invece, si è sparato prima e spiegato dopo.

Forza pubblica o braccio ideologico

Il punto politico è questo, l’ICE non è più percepita come un corpo neutro. È stata caricata di una missione simbolica, di un mandato ideologico. È diventata, agli occhi di molti, il braccio armato di una narrativa che individua nel “nemico”, il migrante, il dissenso, la città progressista, una minaccia esistenziale. In questo clima, la linea tra applicazione della legge e uso sproporzionato della forza si assottiglia fino a scomparire. Quando agenti mascherati circondano un’auto in pieno giorno e aprono il fuoco, la responsabilità non è solo individuale. È sistemica.

Due Americhe, due verità

Le reazioni istituzionali rivelano la frattura profonda del Paese. Da un lato, il governo federale parla di terrorismo interno e difende l’operato dell’agente. Dall’altro, autorità locali e rappresentanti eletti denunciano una provocazione inutile e una violenza autorizzata dallo Stato. Nel mezzo, una famiglia distrutta e una comunità in lutto. La polarizzazione non è un effetto collaterale, è il carburante. Serve a blindare le versioni, a impedire un’indagine serena, a trasformare una morte in bandiera.

Il nodo dell’impunità

C’è poi la questione dell’impunità. Gli agenti federali godono di protezioni ampie; perseguirli è difficile, spesso quasi impossibile. I tribunali restringono le vie di ricorso, i conflitti tra livelli di governo paralizzano le iniziative, la politica interviene a monte. Il messaggio che passa è pericoloso, se indossi una divisa federale e invochi la paura, la legge ti copre. Anche quando chi muore non ha commesso reati.

Sicurezza senza giustizia

Non è anti-americano chiedere verità. È patriottico. Non è anti-polizia pretendere proporzionalità. È civiltà giuridica. L’ICE, così come è stata concepita e utilizzata, sta producendo un costo umano che va oltre qualsiasi obiettivo di controllo migratorio. Uccidere una cittadina nella sua auto, senza un’evidente minaccia, non rende l’America più sicura. La rende più fragile, più cinica, più distante dai principi che dice di difendere.

Renee Good non era “il problema”. Il problema è un potere che spara e una politica che applaude. E finché questo schema resterà intatto, non sarà l’ultima.