La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di annullare i dazi imposti da Donald Trump segna un passaggio politico e istituzionale di portata che va ben oltre il commercio internazionale. Non è una disputa tecnica sulle tariffe, ma una lezione di democrazia costituzionale, il potere esecutivo non è illimitato, nemmeno quando si veste di sovranismo economico.
La vicenda nasce lontano dai grandi centri del potere. Un piccolo studio legale texano, agendo per conto di cinque piccole imprese, ha deciso di contestare l’impianto giuridico dei dazi trumpiani, percorrendo tutti i gradi di giudizio fino alla Corte Suprema. Il risultato è politicamente dirompente, una politica economica presentata come muscolare e inevitabile è stata smontata pezzo dopo pezzo, dimostrando che anche l’azione presidenziale più aggressiva resta soggetta a controllo.
La sentenza produce effetti immediati. Secondo quanto già ammesso dal segretario al Tesoro Scott Bessent, l’annullamento dei dazi apre la strada a rimborsi per almeno 175 miliardi di dollari, circa la metà delle entrate incassate. Una cifra enorme, che certifica come quei dazi non fossero uno strumento neutro di politica commerciale, ma un’imposta di fatto scaricata sull’economia interna.
Qui è essenziale usare le parole giuste. Le tariffe sono listini, prezzi. I dazi, invece, sono imposte sull’importazione, un potere fiscale sovrano dello Stato. Confondere i termini ha permesso a Trump di presentare un atto fiscale come una semplice leva negoziale. In realtà, tra il 2018 e il 2019, quei dazi non hanno ridotto strutturalmente il deficit commerciale né riportato la manifattura negli Stati Uniti. Al contrario, sono stati pagati quasi interamente da importatori, imprese e consumatori americani, attraverso prezzi più alti e costi produttivi maggiori. Una grande tassa interna mascherata da patriottismo economico.
Trump ha usato i dazi come una clava diplomatica, annunciati in tempo reale, minacciati contro singoli Paesi, giustificati apertamente per ragioni politiche o personali. Dall’Europa alla Cina, fino a vicende simboliche come la Groenlandia, lo strumento non seguiva una procedura economica o legale, ma l’impulso del momento. Era il sovranismo nella sua forma più pura, decisione rapida, accentrata, non mediata.
La reazione alla bocciatura della Corte Suprema conferma questo schema. Trump non si arrende e rilancia, introducendo prima un dazio generale del 10% e poi del 15%. Ma la differenza è sostanziale. Questi nuovi dazi derivano da una legge commerciale specifica, hanno un tetto massimo, una durata limitata di circa 150 giorni e devono passare dal Congresso per essere prorogati. Non possono colpire selettivamente un singolo Paese per convenienza politica, né essere permanenti senza approvazione legislativa.
Il danno, però, resta. L’annuncio di nuovi dazi al 15% crea confusione globale, costringe Europa e Asia a rivedere le proprie tariffe e alimenta ulteriore instabilità commerciale ed economica. Ancora una volta, il sovranismo produce incertezza, non forza.
La lezione è chiara. Non è cambiata la possibilità di fare politica commerciale; è cambiato il modo in cui il potere può essere esercitato. Da discrezionale a regolato. Ed è esattamente ciò che una democrazia costituzionale dovrebbe fare, non decidere la politica economica, ma stabilire chi ha il diritto di deciderla e entro quali limiti. In questo senso, la sconfitta di Trump è anche una vittoria delle istituzioni.
