La strategia è nota, collaudata, ripetuta. Prima si stringe il cappio, poi si offre il tavolo. Con Donald Trump la diplomazia torna a essere una leva di coercizione economica, sanzioni, isolamento energetico, pressione sui partner terzi. Oggi il bersaglio è Cuba, colpita nel suo punto più vulnerabile, l’energia, dopo il ribaltamento degli equilibri in Venezuela.
La rimozione di Nicolás Maduro e il conseguente allineamento di Caracas a Washington hanno interrotto il flusso di petrolio sovvenzionato che per anni ha tenuto in piedi l’economia cubana. Era una relazione simbiotica, Caracas forniva greggio, L’Avana ricambiava con medici, intelligence e sostegno politico. Oggi quel canale è chiuso. E la chiusura non è un effetto collaterale, è l’obiettivo.
Trump ha formalizzato l’offensiva con ordini esecutivi che minacciano sanzioni secondarie contro chiunque fornisca carburante all’isola, classificando Cuba come “minaccia alla sicurezza nazionale”. È una definizione più utile alla narrativa che alla realtà, ma efficace sul piano pratico, blocca forniture, spaventa assicuratori e armatori, alza i costi di ogni transazione. Il risultato è immediato, blackout fino a 20 ore, razionamenti, code alle stazioni di servizio, carenze di cibo e medicine.
Nel mezzo c’è la politica interna americana. La linea dura su Cuba parla all’elettorato della Florida e rafforza il profilo del Segretario di Stato Marco Rubio, cubano-americano e promotore di una riscrittura muscolare della politica latinoamericana. È una pressione che ha anche un valore simbolico, colpire l’ultimo grande “relitto” della Guerra Fredda nell’emisfero occidentale.
L’Avana reagisce come può. Il presidente Miguel Díaz-Canel denuncia l’assedio come “criminale e genocida”, avverte contro il cambio di regime e, allo stesso tempo, segnala apertura al dialogo. È la contraddizione di chi tratta con il fiato corto, negoziare mentre l’economia si spegne. Gli aiuti umanitari messicani alleviano, ma non risolvono. Senza carburante, l’isola produce meno della metà dell’energia necessaria.
Trump, dal canto suo, alterna bastone e carota. Parla di “accordo possibile”, di “problema umanitario”, ma pone condizioni che coincidono con la massima leva di pressione, migrazioni, rientri, concessioni politiche. Prima si strangola, poi si offre l’ossigeno. È la tecnica del ricatto economico che ha caratterizzato il suo approccio anche altrove, si alzano i dazi, si congelano risorse, si colpiscono i civili per forzare decisioni dall’alto.
A pagare il prezzo non sono i vertici, ma i cittadini. La storia recente di Cuba lo dimostra, ogni stretta esterna si traduce in austerità interna e in nuove ondate migratorie. L’Avana rischia una riedizione del “Periodo Speciale” degli anni Novanta, quando il crollo sovietico precipitò il Paese in una crisi profonda.
Dietro la retorica della sicurezza, resta la nettezza degli interessi. La normalizzazione tentata tra il 2015 e il 2016 è stata archiviata; al suo posto torna una politica di forza che punta a ottenere concessioni sfruttando la fragilità energetica. È una vittoria forse spendibile sul piano elettorale. Ma è anche l’ennesima dimostrazione che, quando la geopolitica si fa cappio, a soffocare sono sempre i civili.
