Trump ha già perso la guerra con l’Iran

Tra minacce, retromarce e isolamento internazionale, la Casa Bianca mostra il fallimento politico di un conflitto senza strategia

Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte - Donald Trump

Donald Trump continua a ripetere che gli Stati Uniti stanno “vincendo” la guerra con l’Iran. Ma quando un presidente è costretto a cambiare versione ogni giorno, a spostare continuamente le scadenze, a minacciare il peggio e poi a minimizzare tutto poche ore dopo, il punto non è più capire se stia bluffando. Il punto è che ha già perso il controllo politico della guerra.

Non serve attendere un esito militare definitivo per vedere il fallimento. La sconfitta di Trump è già nella confusione strategica che lui stesso ha prodotto. Prima presenta l’Iran come una minaccia assoluta, poi rinvia le sue stesse “linee rosse”. Prima accusa altri Paesi di non aiutare Washington, poi sostiene di non aver bisogno di nessuno. Prima agita lo spettro di una guerra totale, poi lascia intendere che tutto sia sotto controllo. È la retorica del caos elevata a dottrina di governo.

Ma una guerra non è un comizio. Non si governa con l’improvvisazione permanente, né con la vanità personale. E soprattutto non si può guidare un conflitto internazionale come se fosse una puntata di reality televisivo, dove la tensione artificiale serve solo a tenere alta l’attenzione del pubblico.

Il dato politico più grave è un altro, Trump non è riuscito a costruire né una coalizione internazionale né una legittimazione politica seria. Gli alleati europei si sono smarcati da questa guerra assurda perché ne hanno compreso il carattere, non una strategia di sicurezza condivisa, ma una fuga in avanti americana priva di obiettivi credibili e di una via d’uscita realistica.

Di fronte a questo isolamento, Trump reagisce come sempre, insultando gli alleati. E ora arriva perfino a minacciare un disimpegno dalla NATO, come se l’Alleanza Atlantica dovesse trasformarsi in uno strumento docile delle sue avventure personali. È un passaggio molto pericoloso. Perché mostra che, per Trump, ogni vincolo multilaterale è tollerabile solo finché serve ai suoi interessi immediati. Quando gli alleati esercitano autonomia politica, diventano bersagli.

Nel frattempo, il costo reale di questa guerra lo paga il mondo intero. Mercati nervosi, instabilità energetica, catene di approvvigionamento sotto pressione, inflazione che rischia di rialzare la testa, il conflitto ha già prodotto un danno economico globale enorme. Non ha rafforzato l’ordine internazionale; lo ha reso più fragile. Non ha aumentato la sicurezza; ha moltiplicato l’incertezza.

E in mezzo a questo caos resta una domanda inevitabile, che in una democrazia non può essere elusa, chi si è arricchito grazie a questa instabilità? Quando un presidente alterna minacce, rinvii e dichiarazioni contraddittorie che muovono mercati, energia e titoli della difesa, il sospetto di un intreccio tra guerra, speculazione e interessi privati non è complottismo. È una questione di trasparenza pubblica. Trump e il suo ambiente politico-finanziario hanno già dimostrato troppe volte di considerare il potere come un’occasione di profitto.

Per questo la vera sconfitta non è soltanto strategica. È morale e istituzionale. Trump ha già perso questa guerra perché non sa più definirne gli obiettivi, non sa più come uscirne, non sa più come convincere il mondo, e forse nemmeno il suo stesso Paese, che tutto questo abbia un senso.

Quando un presidente resta solo con le sue minacce, le sue contraddizioni e i suoi interessi, non è un leader in guerra. È un uomo che sta trascinando il proprio Paese dentro il fallimento.