La caduta di Andriy Yermak non è solo l’ennesimo capitolo di un’Ucraina che continua a lottare contro i propri demoni interni, è un evento tettonico che rischia di ridefinire la traiettoria politica e diplomatica di Kiev in un momento in cui la guerra con la Russia entra nella sua fase più fragile. Le dimissioni forzate del potentissimo capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, l’uomo considerato da molti un co-presidente, sembrano infatti intrecciarsi con le pressioni crescenti degli Stati Uniti per un accordo di pace e con l’impazienza, nemmeno troppo velata, delle capitali europee.
Operazione Midas: il ritorno del fantasma della corruzione
Il raid anticorruzione avvenuto all’alba, parte di una maxi-inchiesta da 100 milioni di dollari legata alla compagnia energetica statale Energoatom, ha messo improvvisamente a nudo un dato che da anni circola nei corridoi di Kiev, la guerra non ha sospeso la corruzione, l’ha solo resa più costosa. Operazione Midas, più di 1.000 ore di intercettazioni, 70 perquisizioni, otto arresti, racconta un Paese che, nonostante la minaccia esistenziale rappresentata da Mosca, continua a essere assediato dall’interno da reti di potere parallele, favoritismi, fedeltà personali e riciclaggio di denaro.
Un vuoto pericoloso nei negoziati di pace
Che Yermak non sia formalmente indagato è un dettaglio quasi irrilevante. Politicamente, la sua figura è diventata insostenibile. Non solo per l’impopolarità cronica, non solo per le polemiche sul controllo esercitato sulla macchina statale, ma per il tempismo devastante con cui il suo nome è stato associato all’indagine. Da capo della delegazione ucraina nei negoziati con Stati Uniti e Russia, Yermak era la voce più ascoltata da Washington, un interlocutore riconosciuto da Berlino e Parigi. La sua uscita di scena crea un vuoto proprio mentre l’amministrazione Trump accelera sul dossier pace e prepara la propria proposta definitiva.
L’Occidente potrebbe cogliere l’occasione per rafforzare l’argomento che già sussurra da mesi, la guerra deve finire, e l’Ucraina deve mostrarsi capace di ripulire il proprio apparato statale se vuole continuare a ricevere sostegno militare, politico e finanziario. La corruzione diventa così uno strumento retorico potente nelle mani di Washington e Bruxelles, un modo per condizionare il processo negoziale senza apparire come chi impone concessioni territoriali.
La strategia di Zelensky: trasformare la crisi in opportunità
Ma è Zelensky stesso a poter trarre vantaggio da questo terremoto. Il presidente, sempre più isolato e logorato dall’usura del conflitto, potrebbe trasformare lo scandalo in un argomento politico utile, la corruzione come colpa collettiva, l’élite infedele come ostacolo alla vittoria, la purificazione dello Stato come premessa per una pace “dignitosa”. In questo schema, Yermak diventa il capro espiatorio perfetto, non troppo vicino per trascinare con sé il presidente, non abbastanza lontano per apparire estraneo al sistema.
Verso una nuova fase della guerra, e della politica ucraina
Non sorprende che l’opposizione chieda ora un governo di unità nazionale. L’alternativa sarebbe lasciare a Zelensky la gestione solitaria del momento più delicato, ma la pressione interna, sommata a quella internazionale, potrebbe rendere quasi inevitabile una transizione politica più ampia, un nuovo equilibrio di potere che faciliti le trattative e consenta al presidente di uscire da una posizione sempre più stretta.
Il paradosso è evidente, lo scandalo che rivela le fragilità dell’Ucraina potrebbe essere proprio ciò che apre la porta a un negoziato realistico con la Russia. Non è un destino nobile, ma è un destino possibile. E in guerra, il possibile è spesso l’unica moneta rimasta.
