Dopo più di un decennio trascorso nel braccio della morte, una donna tanzaniana ha ottenuto l’annullamento della propria condanna a morte. Si tratta di Lemi Limbu, poco più che trentenne, arrestata nel 2011 e condannata nel 2015 per l’omicidio della figlia.
Il 4 marzo, un tribunale di Shinyanga ha stabilito che la donna potrà presentare appello. Nonostante la decisione, Limbu rimane detenuta e dovrà affrontare un nuovo processo, la cui data non è ancora stata fissata.
In Tanzania, la pena di morte è prevista obbligatoriamente per il reato di omicidio, anche se nessuna esecuzione è stata effettuata dal 1994.
Una condizione mentale incompatibile con la detenzione
Il caso ha suscitato forti reazioni tra avvocati e attivisti per i diritti umani. Limbu soffre infatti di gravi disabilità intellettive: secondo valutazioni cliniche, avrebbe una maturità cognitiva paragonabile a quella di una bambina.
In base al diritto nazionale e agli standard internazionali, una persona con tali condizioni non dovrebbe essere considerata penalmente responsabile. Tuttavia, nei procedimenti giudiziari precedenti non sono state adeguatamente considerate né la sua condizione mentale né la sua storia personale.
Un processo segnato da lacune e irregolarità
Il percorso giudiziario di Limbu è stato lungo e controverso. Dopo la prima condanna a morte nel 2015, la sentenza è stata annullata nel 2019 per gravi errori procedurali. Nonostante ciò, la donna è rimasta in carcere in attesa di un nuovo giudizio.
Nel 2022 è stata nuovamente processata e condannata a morte per la seconda volta. Durante il processo non è stato consentito di presentare prove mediche sulla sua disabilità intellettiva.
Al suo primo processo, Limbu si era dichiarata non colpevole. Analfabeta, aveva affermato di non comprendere il contenuto di una confessione attribuitale dalla polizia. Ha inoltre denunciato di essere stata picchiata, minacciata con un’arma e trattenuta per due giorni in commissariato.
Una vita segnata da violenze e abusi
La storia di Limbu è profondamente segnata da traumi e violenze. Durante l’infanzia ha vissuto in un ambiente familiare violento, assistendo alle aggressioni del padre contro la madre.
Nel corso della crescita è stata più volte vittima di stupri da parte di uomini del suo villaggio. A soli 15 anni ha partorito il suo primo figlio, concepito a seguito di una violenza.
Intorno ai 18 anni ha sposato un uomo più anziano, con il quale ha avuto altri due figli, subendo ulteriori maltrattamenti. In seguito è fuggita dal marito e si è trasferita in un altro villaggio con la figlia più piccola, Tabu.
Qui ha incontrato Kijiji Nyamabu, un uomo con problemi di alcolismo che le aveva promesso il matrimonio, ma rifiutava di accettare la bambina perché non sua figlia biologica.
L’omicidio della figlia e i dubbi sull’indagine
Poco tempo dopo, la piccola Tabu è stata trovata strangolata. Non c’erano testimoni e l’uomo sospettato era già fuggito quando Limbu ha indicato alle autorità il luogo in cui si trovava il corpo.
La donna è stata arrestata nell’agosto del 2011, mentre Nyamabu non è mai stato fermato né processato. Questo elemento ha alimentato ulteriori dubbi sulla correttezza delle indagini e sull’effettiva responsabilità di Limbu.
Le critiche delle organizzazioni per i diritti umani
Il caso ha attirato l’attenzione della comunità internazionale. Una coalizione di 24 organizzazioni africane e internazionali ha denunciato la vicenda, chiedendo l’intervento della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli.
Anche esperti delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per il trattamento riservato alla donna, sottolineando le carenze del sistema giudiziario, soprattutto nei confronti delle persone più vulnerabili.
Secondo diversi attivisti, Limbu non avrebbe mai dovuto essere incarcerata, ma assistita attraverso percorsi sanitari e sociali adeguati.
La pena di morte in Tanzania
La Tanzania mantiene ancora la pena capitale per alcuni reati, tra cui l’omicidio. Tuttavia, le esecuzioni sono sospese da oltre trent’anni.
Nonostante questo, il numero di detenuti nel braccio della morte resta elevato: si stima che siano oltre 500 le persone in attesa di esecuzione. Attivisti ed ex condannati denunciano da tempo errori sistemici nelle indagini e nei processi, che possono portare anche a gravi ingiustizie.
Un caso simbolo tra giustizia e diritti
La vicenda di Lemi Limbu rappresenta un caso emblematico nel dibattito sulla pena di morte e sulla tutela delle persone con disabilità.
Dopo oltre dieci anni trascorsi nel braccio della morte, l’eventualità di un nuovo processo solleva interrogativi sulla reale efficacia del sistema giudiziario e sulla possibilità di garantire un processo equo.
Per molti osservatori, la priorità dovrebbe essere la sua liberazione e l’accesso a cure adeguate, piuttosto che l’avvio di un ulteriore lungo iter giudiziario.
