Oggi a Partinico una giornata di commozione e profondo dolore per l’ultimo saluto a Flavia Misuraca, la giovane poliziotta siciliana in servizio distaccato in Valsusa, morta tragicamente nei giorni scorsi. A ucciderla sarebbe stato un colpo esploso dalla sua pistola d’ordinanza. La Procura di Torino ha aperto un fascicolo per chiarire le circostanze del decesso. L’ipotesi più accreditata è quella del suicidio. Continua quindi la sfilata silenziosa dei suicidi nelle forze dell’Ordine. Chiediamo di spiegare il motivo di questa vera e propria piaga a Cristina Brasi, nota psicologa, criminologa forense e analista scientifica del linguaggio non verbale.
“In Italia il suicidio è la prima causa di morte tra gli agenti delle forze dell’ordine, supera il 50 per cento dei casi. È maggiore anche agli Stati Uniti dove c’è un tasso di aggressione più alto, ma i suicidi sono nell’ordine del 30 percento, ci spiega le dinamiche di questo fenomeno ancora irrisolto?”
“L’analisi del suicidio tra gli operatori di polizia richiede una decostruzione dei modelli psicopatologici tradizionali per approdare a una visione integrata che unisca la psicologia della salute occupazionale alla criminologia clinica. Il fenomeno non può essere ridotto a una singola causa lineare, ma va inquadrato come l’esito di una complessa interazione tra vulnerabilità individuale, carichi traumatici e architetture organizzative.
Spiego meglio, l’eziologia e la dinamica del fenomeno.
Secondo la Interpersonal-Psychological Theory of Suicide (IPTS) di Thomas Joiner, il passaggio dall’ideazione suicidaria all’atto letale richiede la convergenza di tre costrutti specifici. Il primo pilastro è l’Appartenenza Frustrata, ovvero un senso di alienazione dai legami sociali che, nel contesto delle Forze dell’Ordine, si traduce spesso nella percezione di un isolamento tanto dalla società civile quanto dalla propria comunità professionale. A questo si somma la Percezione di Essere un Peso, una distorsione cognitiva per cui l’individuo si convince che la propria presenza sia un onere per la famiglia o l’unità operativa, alimentando un desiderio di autosoppressione inteso paradossalmente come atto di liberazione per gli altri. Tuttavia, l’elemento più distintivo e clinicamente rilevante per le professioni in divisa è la Capacità Acquisita. L’esposizione cronica a eventi critici, dolore e violenza opera una desensibilizzazione sistematica che innalza la soglia di tolleranza al dolore e abbatte le barriere biologiche della paura verso la morte fisica. L’addestramento stesso, mirato a sopprimere la reazione di freezing per agire in situazioni di pericolo, allena una regolazione emotiva che può rivelarsi fatale quando il bersaglio dell’azione diventa il sé.”
“Si può parlare di Disturbo da Stress Post-Traumatico in questi casi?”
“Mentre il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) è un’entità clinica centrata sulla minaccia all’integrità fisica, la ricerca d’avanguardia identifica nel Danno Morale (Moral Injury) un precursore del suicidio ancora più corrosivo. Questo stato non nasce dalla paura, ma da una profonda violazione etica basata sulla vergogna, sulla colpa e sul tradimento. Si manifesta quando l’operatore compie, assiste o subisce atti che infrangono i propri valori morali fondamentali, portando a una frammentazione dell’identità. Particolarmente critico è il cosiddetto SanctuaryTrauma (Trauma del Santuario), che si verifica quando l’istituzione, percepita originariamente come un ambiente protettivo e identitario, si trasforma in un elemento persecutorio attraverso procedure amministrative o disciplinari vissute come svalutanti o ingiuste. Quando il legame fiduciario con la leadership si spezza, l’operatore sperimenta un crollo dell’identità istituzionale; in un contesto dove la “divisa” rappresenta l’essenza stessa della persona, questo tradimento percepito annienta le ultime difese psicologiche, elevando drasticamente il rischio di acting-out.
La letteratura clinica identifica cinque domini di rischio, definiti “Fatal Five“, che agiscono in sinergia per compromettere la stabilità dell’operatore. Il processo inizia spesso con l’instabilità relazionale: il numbing emotivo, un distacco affettivo necessario per sopravvivere agli orrori del servizio, finisce per erodere l’intimità domestica, portando al collasso della famiglia, spesso l’ultimo baluardo contro l’isolamento. A questo si aggiunge la deprivazione cronica del sonno legata alla turnistica h24, che non è una semplice stanchezza, ma una disfunzione biologica capace di alterare l’attività della corteccia prefrontale, inficiando la capacità di decision-making e la regolazione degli impulsi. In questo quadro di fragilità, l’uso di alcol come meccanismo di coping maladattivo per gestire l’ipervigilanza non fa che approfondire gli stati depressivi. Il deterioramento della salute fisica, con la percezione di essere uno “strumento danneggiato”, si somma infine allo stress amministrativo. Indagini o sospensioni non vengono vissute come meri passaggi burocratici, ma come sanzioni esistenziali che portano la percezione di essere un peso a livelli critici.”
“E dal punto di vista della prevenzione?”
“Dal punto di vista della prevenzione criminologica, la disponibilità costante dell’arma d’ordinanza rappresenta la variabile critica singola più determinante. Le crisi suicidarie sono caratterizzate da finestre di impulsività temporalmente limitate, durante le quali la difficoltà di accesso a mezzi letali può fungere da salvavita, permettendo all’impulso di attenuarsi. Nelle Forze dell’Ordine, la prossimità di un metodo immediato e irreversibile annulla questo spazio di manovra clinica, trasformando una crisi transitoria in una fatalità permanente. La restrizione all’accesso ai mezzi, cardine della prevenzione universale, si scontra qui con un paradosso operativo dove lo strumento di lavoro diventa il principale fattore di rischio.
L’operatore si trova infine intrappolato in un Double Bind (doppio legame) psicologico e procedurale. Da un lato, lo stigma strutturale e la cultura dell’invulnerabilità scoraggiano la richiesta di aiuto, etichettandola come segno di inidoneità professionale. Dall’altro, l’architettura normativa corrente crea un paradosso per cui la cura della propria salute mentale coincide con il rischio di subire misure cautelari, come il ritiro di arma e distintivo, vissute come una forma di “morte sociale”.
Questa dinamica alimenta la depressione mascherata, un fenomeno per cui l’agente sposta il dolore psichico sul piano somatico, presentando sintomi fisici cronici per evitare le ripercussioni di carriera.
In questo modo, il disagio rimane sommerso e non trattato fino al punto di rottura, rendendo il suicidio l’unica via d’uscita percepita per preservare un’immagine di dignità e non subire il giudizio dell’organizzazione.”
