Quando Donald Trump annuncia da Mar-a-Lago che le compagnie petrolifere americane investiranno “miliardi” in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro, il velo cade. Non siamo di fronte a un’operazione di polizia internazionale contro il narcotraffico, né a una crociata per la democrazia. Siamo davanti a un classico intervento di potenza, motivato da una sola parola: petrolio.
Il racconto ufficiale parla di narcoterrorismo, mandati federali, ordine internazionale. Una favola utile a rendere digeribile l’uso della forza contro uno Stato sovrano e a offrire una copertura morale a un’operazione che, nei fatti, ridisegna gli equilibri energetici dell’emisfero occidentale. Qualche leader ha finto di crederci, altri hanno preferito tacere per non irritare Washington. Ma la sequenza degli eventi è troppo lineare per essere casuale.
Il Venezuela possiede le più grandi riserve di petrolio del pianeta. Non è una scoperta recente, è una verità che da un secolo attrae e respinge le grandi compagnie occidentali, sedotte dalle ricchezze del sottosuolo e scottate da nazionalizzazioni e arbitrati miliardari. Oggi, però, il contesto è cambiato. Il paese produce meno dell’1% del greggio mondiale, le infrastrutture sono collassate e la manodopera qualificata è emigrata. Proprio per questo, il bottino è più appetibile, un settore da ricostruire quasi da zero, sotto tutela americana, con regole riscritte dal vincitore.
Trump non lo nasconde. Parla di “fare soldi per il paese”, di compagnie “rimborsate”, di flussi petroliferi che finanzieranno risarcimenti, spese militari e una transizione politica gradita a Washington. È il linguaggio della conquista economica, non della cooperazione internazionale. La cattura di Maduro diventa così il grimaldello per aprire un mercato chiuso e riallineare Caracas all’orbita statunitense, sottraendola all’influenza di Pechino e Mosca.
La Cina è il convitato di pietra. Primo creditore e principale acquirente del petrolio venezuelano, ha investito in infrastrutture energetiche e strategiche che oggi Washington vorrebbe ridimensionare o escludere. L’operazione militare statunitense, al di là delle accuse penali, serve anche a interrompere questo asse e a riaffermare il “dominio energetico” americano in un momento di prezzi bassi e competizione globale feroce.
Il paradosso è che la retorica della legalità convive con l’idea di un embargo totale, di un blocco navale e di una presenza militare “finché le richieste americane non saranno soddisfatte”. Non è enforcement della legge, è leva geopolitica. Le grandi compagnie petrolifere lo sanno bene e, non a caso, esitano. Senza stabilità politica e garanzie giuridiche, i miliardi promessi restano una proiezione propagandistica.
Alla fine, la domanda non è perché Maduro sia stato arrestato, ma perché ora. La risposta non sta nei tribunali, bensì nei giacimenti dell’Orinoco, nei terminali fatiscenti e nelle petroliere che attendono un nuovo padrone. Il resto è narrazione. Una narrazione comoda, ripetuta abbastanza a lungo da sembrare vera. Ma la storia, come il petrolio, prima o poi riaffiora.
