Somalia, il caso Diiriye: condanna a morte e dubbi sul processo

Dall’arresto all’esecuzione in meno di tre mesi: polemiche sull’equità del procedimento contro una donna accusata dell’omicidio della pronipote quattordicenne.

Somalia giustizia

Il 12 novembre dello scorso anno, Hodan Mohamud Diiriye, 34 anni e madre di oltre dieci figli, contattò il marito per informarlo che la pronipote quattordicenne Saabirin Saylaan, ospitata nella loro abitazione da circa due mesi, aveva perso conoscenza. I due accompagnarono la ragazza all’ospedale di Galkayo, nella Somalia centrale, dove i medici ne constatarono il decesso e allertarono le forze dell’ordine.

L’intervento della polizia portò rapidamente all’arresto di Diiriye. Meno di tre mesi dopo, il 3 febbraio, la donna fu condannata a morte e giustiziata tramite plotone di esecuzione con l’accusa di omicidio.

Un’esecuzione rara e controversa

La pena capitale nei confronti di una donna per un reato di questo tipo rappresenta un evento insolito in Somalia. In un contesto in cui gli abusi sui minori spesso restano sommersi o non denunciati, la decisione del tribunale ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica.

Molti hanno ritenuto che la sentenza fosse una risposta esemplare alla gravità del crimine. Tuttavia, attivisti e osservatori dei diritti umani hanno sollevato interrogativi sulla rapidità del procedimento e sulle garanzie processuali riconosciute all’imputata.

Le prove e la reazione pubblica

Durante le indagini, la polizia ha dichiarato di aver rinvenuto sul telefono di Diiriye numerosi video che documenterebbero presunti maltrattamenti nei confronti della ragazza. I filmati, diffusi sui social media, hanno alimentato indignazione e richieste di giustizia.

L’autopsia ha stabilito che Saabirin è morta per strangolamento e che il corpo presentava segni e lividi compatibili con violenze ripetute. La notizia ha scatenato proteste organizzate dai familiari della vittima, che hanno persino bloccato l’accesso all’obitorio per impedire la sepoltura, temendo che il caso potesse essere risolto attraverso meccanismi tradizionali di compensazione tra clan.

Anche gruppi di donne della comunità si sono uniti alle manifestazioni, sostenendo la necessità di un processo formale che garantisse piena giustizia.

Un sistema giudiziario sotto accusa

Secondo Guleid Ahmed Jama, fondatore dell’Human Rights Centre, il sistema giudiziario somalo soffre di gravi carenze strutturali. La frammentazione istituzionale e la gestione decentralizzata dei tribunali renderebbero difficile assicurare standard uniformi di equità e indipendenza.

Il Paese è caratterizzato da un radicato sistema clanico, nel quale – sostengono alcuni attivisti – le donne non godono delle stesse tutele riconosciute agli uomini. In molti casi di omicidio, le controversie vengono risolte attraverso accordi tra clan piuttosto che mediante procedimenti giudiziari ordinari.

Nel caso Diiriye, l’attenzione mediatica e la pressione dell’opinione pubblica avrebbero contribuito a rendere il contesto ancora più delicato, soprattutto in assenza di una magistratura percepita come pienamente indipendente.

Il processo e la posizione della difesa

Diiriye e il marito, Abdiaziz Nur Hashi, 75 anni, comparvero per la prima volta in tribunale il 20 novembre. L’elevato interesse pubblico portò alla trasmissione in diretta delle udienze.

Secondo la difesa, Hashi trascorreva poco tempo in casa e non sarebbe stato a conoscenza di eventuali abusi. Nove giorni prima della morte della ragazza, la coppia aveva divorziato e l’uomo si era trasferito in un hotel. Al termine del procedimento, Hashi è stato condannato a un anno di reclusione e al pagamento di una multa per negligenza, ma non per omicidio.

Diiriye si è dichiarata non colpevole. Il suo avvocato, Abdiaziz Mohamed Farah, ha riferito che la donna avrebbe dichiarato in aula di soffrire di instabilità mentale e di non ricordare gli eventi contestati.

Un caso che divide la Somalia

La vicenda ha suscitato una reazione senza precedenti anche per il fatto che sia la vittima sia l’imputata fossero donne. In una società dove alle donne viene tradizionalmente attribuito un ruolo di protezione e cura, l’accusa di un simile crimine ha profondamente scosso la comunità.

Mentre una parte dell’opinione pubblica ritiene che la giustizia abbia fatto il suo corso, altri continuano a interrogarsi sulla correttezza del processo e sulla compatibilità della rapidità dell’esecuzione con i principi di un equo giudizio. Il caso Diiriye rimane così emblematico delle tensioni tra richiesta di giustizia, pressione sociale e fragilità istituzionali in Somalia.