Tra icone al tramonto, talenti sprecati e una regia che gioca a nascondino con la realtà, il Festival di Carlo Conti si chiude incoronando la restaurazione melodica e certificando l’isolamento culturale di un’Italia sempre più distante dai radar della musica internazionale. Ecco le mie considerazioni in libertà sul Sanremo più avvilente della storia.
Tony Pitony: l’unico vero vincitore. Da “fenomeno da baraccone” a fuoriclasse assoluto
Il vero, unico, trionfatore del festival . Cacciato come un cane da X Factor qualche anno fa – solo Mika , vero musicista, ne ha immediatamente riconosciuto il talento, mentre quel totale incompetente di Belli Capelli Agnelli lo derideva – si è creato un suo pubblico, pur attraverso un atteggiamento discutibile e dei testi a dir poco “scomodi”. Ma è un musicista, eccome . Entra come fenomeno da baraccone nella serata dei duetti e domina con una interpretazione strepitosa “The Lady Is A Tramp”, trascinando Ditonellapiaga nel più bel momento musicale del festival.
Da domani si riparlerà di lui di un pazzo che dice parolacce in musica , ma meriterebbe invece una grande considerazione. Voto 10
Ditonellapiaga: l’unica stella internazionale in un firmamento di lampadine fulminate
È sua la canzone più internazionale del festival. Senza gridare al miracolo siamo di fronte a una canzone attuale, moderna, con un testo interessante. La presenza scenica è da star, la performance nella serata dei duetti pure. Peccato che l’italietta provinciale e autolesionista manderà all’Eurovision una robaccia degna della gita a Roccaraso dei follower di Rita De Crescenzo. Voto 8
Patty Pravo: l’icona che non sa dire addio, protagonista di un momento patetico che offusca una carriera leggendaria
Ho sempre pensato che a definire una carriera siano i grandi successi ma soprattutto la capacità di uscire di scena al momento giusto e, in ogni caso, prima di rendersi patetici. L’anno scorso abbiamo avuto i Ricchi e Poveri quest’anno abbiamo Patty Pravo . Un’ icona di questo tipo non avrebbe avuto bisogno di esporsi a una simile figuraccia. Canzone orrenda, immagine fatiscente. In sostanza un brutto momento. Voto 3.
Arisa: la prigioniera di una voce d’oro senza bussola
Una delle più belle voci della musica italiana cade nella trappola di una scelta sciagurata dal punto di vista artistico. Come Giorgia lo scorso anno presenta una canzone brutta e superata dal tempo che lei, nonostante le consuete abilità vocali, non riesce a rendere accettabile. Ennesima riprova che nella musica italiana il primo problema è la carenza di musicisti, compositori e arrangiatori e non certo di interpreti . La carriera di Arisa ha toccato i vertici più alti durante il sodalizio personale e professionale con Giuseppe Anastasi che ha scritto per la sua splendida voce dei veri e propri capolavori. Ora, per non essere dimenticata, ha assoluto bisogno di trovare altre canzoni all’altezza, speriamo ce la possa fare presto e, soprattutto, che sia in grado di sceglierle. Voto 5
Fedez e Masini: il rapper “imbucato” nel feudo del pop d’autore
La canzone non è male, ed è anche piuttosto coraggiosa, per questo merita di essere segnalata tra le più interessanti di questa edizione. La performance canora di Masini è al solito eccellente ma (questo potrebbe essere un mio gusto personale) voler infilare un rap all’interno del brano per accattivarsi le simpatie del pubblico più giovane è un espediente a cui sarebbe più opportuno rinunciare. La sensazione è che se Fedez non ci fosse stato il risultato sarebbe stato molto simile, se non migliore.
Voto 6
Levante: dalle stelle dell’autenticità al fango del manierismo politico
Levante con Alfonso e “non me ne frega niente” era comparsa sulla scena musicale una dozzina di anni fa come un artista acuta, dotata e piena di argomenti. Dopo un po’ di canzoni di buona qualità progressivamente siamo andati verso un impegno politico abbastanza insensato fatto di feste arcobaleno, dichiarazioni anti Meloniane e annunci di non voler andare all’Eurovision (per protesta contro le politiche di Israele) avvenuti molto prima di scoprire che nessuno aveva intenzione di mandarcela. Nel frattempo arriva l’ennesima canzone dimenticabile e quella che era una grande promessa sta diventando una una certezza di manierismo e di prevedibilità.
Se poi uno pensa di far parlare di sé ammiccando e baciando una collega sulla bocca durante la serata dei duetti dopo un’interpretazione sguaiata di una brutta canzone, vuol dire che siamo sempre più lontani da una carriera dignitosa. Siamo nel 2026 e sarebbe opportuno che Levante tornasse a concentrarsi sulla musica , di politici qualunquisti e superficiali ne abbiamo già a sufficienza. Voto 4
Serena Brancale: dal Jazz di nicchia alla “sagra del baccalà” in salsa Whitney Houston
Un endorsement di Quincy Jones aveva generato un po’ di anni fa una grande attenzione su questa cantante dotata di innegabile talento vocale. Dopo un po’ di tentativi di ritagliarsi uno spazio con collaborazioni importanti ma di nicchia, come ad esempio quella con Richard Bona, è arrivata la necessità di avere successo e quindi è avvenuta la conversione negli anni scorsi. Serena è riuscita ad avere una grande considerazione soltanto attingendo a canzoni orripilanti come “Baccalà “ e “La Zì “ cantando in pugliese su ritmi dance come un Leone di Lernia qualsiasi (però lui ci era arrivato 40 anni fa abbondanti).
Poi la svolta tamarra è proseguita col Sanremo dell’anno scorso, ma nemmeno questo è stato sufficiente. Facendo leva sul fatto che in Italia quasi nessuno ha buona memoria, eccola sul palco di Sanremo completamente ripulita tentando di sembrare elegante e cantando, bisogna dire con comprovata qualità, una canzone che poteva essere uno scarto di un album di Whitney Houston di 45 anni fa. Nulla da fare: un musicista per essere credibile deve avere una linea e non può discostarsi troppo da questa. Un’antipatia che buca lo schermo fa il resto, ma le sue innegabili qualità canore le garantiscono quantomeno una sufficienza. Voto 6
Leo Gassman: un cognome pesante per un talento leggerissimo. Il massacro del repertorio di Cocciante è imperdonabile.
Sotto il cognome niente. Ha avuto diverse possibilità, ma non è riuscito ad afferrarne nemmeno una. Quante volte ancora lo dovremo vedere? Un voto in meno per avere massacrato uno dei più grandi capolavori di Riccardo Cocciante. Voto 2
Sal Da Vinci: vince il “re del neomelodico pop” e ha ragione lui. La sua vittoria è il manifesto funebre delle nostre ambizioni all’Eurovision.
E’ il vincitore e chi vince ha sempre ragione. L’occasione persa è per un Paese che poteva per una volta fingere di non appartenere a pieno diritto al quinto mondo musicale, invece ha vinto una canzone orribile, nazional popolare, senza nessuna attrattiva internazionale, con il corredo di un terrificante balletto in stile villaggio Valtur, perfetto manifesto della nostra pochezza.Intanto, dalla Gran Bretagna arrivano nuovi artisti come Olivia Dean, dalla Spagna nuove fuoriclasse come Rosalìa e noi ci presentiamo sfoggiando con orgoglio la nostra sottocultura. Sal non ha colpe e per questo merita un voto alto, considerato che sa anche cantare, ma vederlo rappresentare nel mondo quella musica che ha celebrato nella serata dei duetti personaggi tipo Cocciante, Dalla e De André fa venire tanta malinconia.
Voto 7
Carlo Conti: il “curatore fallimentare” della mediocrità democristiana
E passiamo ad analizzare la conduzione e la direzione artistica di questo Sanremo 2026
Carlo Conti (conduttore): il “notaio” del Festival che ha scambiato la sobrietà con la noia
Prevedibile, privo di lampi, non particolarmente simpatico. Perfetto in in questo clima di assoluta mediocrità, apprezzabile soltanto la scelta delle partners femminili , che hanno fatto decisamente meglio di lui. Voto 5
Carlo Conti (direttore Artistico): il talento unico di trovare 30 canzoni (quasi) tutte inutili
Era oggettivamente difficile all’interno di 30 canzoni, riuscire a non trovarne almeno cinque o sei ascoltabili, ma lui ce l’ha fatta e in questo ha dimostrato di essere praticamente unico. A chi gli ha contestato di avere scelto troppo poche donne in gara ha risposto che lui sceglie in base a quello che gli viene proposto, ma veramente può pensare che gli crediamo quando ci dice che non c’erano due donne meno peggio di Leo Gassmann o di quel tizio che credo faccia Brock di cognome, e quindi “brocco” di nome e di fatto?
Anche qui un’occasione persa dalla Rai Meloniana, per non esporsi a critiche inutili e senza senso. Se il livello era questo, qualche donna in più ci stava eccome. Voto 3
Regia al buio: tra censure “meloniane” e l’incapacità di leggere il palco
Io non so se il regista poteva sapere del bacio tra Levante e Gaia alla fine della loro esibizione nella serata dei duetti, ma se non lo sapeva poteva essere sicuramente in grado di prevederlo, visto che io da spettatore avrei scommesso la mia salute su una chiusura di quel tipo.
Delle due una: o lo sapeva e ha fatto un enorme sciocchezza a tagliarlo oppure non lo sapeva ed è stato superficiale a non capire quello che sarebbe accaduto. In totale, la censura di quel momento ha dato un inutile spazio a tutti quelli che pensano che la Rai Meloniana sia retrograda e bigotta. Quel bacio andava mostrato, e anzi andava sottolineata la stupidità e l’insensatezza di quel gesto inutile. Voto 4
