C’è un dato che emerge con chiarezza, al netto delle reciproche accuse e delle parole forti, la riforma costituzionale sulla giustizia voluta dal governo sta producendo una frattura istituzionale profonda, senza offrire, almeno secondo gran parte della magistratura, alcuna risposta concreta ai problemi reali del sistema giudiziario italiano. Il confronto, ormai, non è più confinato alle sedi politiche o televisive, entra nei Palazzi di giustizia, si impone nell’inaugurazione dell’anno giudiziario e diventa un terreno di mobilitazione simbolica e culturale.
Milano e il ritorno dello scontro storico tra toghe e politica
A Milano, città che più di altre incarna la storia del rapporto conflittuale tra politica e toghe, i vertici giudiziari hanno scelto toni netti. Il presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Ondei, ha respinto con fermezza l’idea, spesso evocata come giustificazione della riforma, che i giudici sarebbero “appiattiti” sulle richieste del pubblico ministero, dunque non pienamente terzi. Se ciò fosse vero, ha osservato, sarebbe un’emergenza democratica. Ma la circostanza non è mai stata rilevata da organismi internazionali, e questo argomento smonta l’impianto politico e mediatico con cui si tenta di legittimare l’intervento.
“Inutile e punitiva”: la requisitoria dei vertici giudiziari
Ancora più severa la posizione della procuratrice generale Francesca Nanni, la riforma viene definita “sostanzialmente inutile” rispetto alle “pesantissime carenze” della giustizia. Non solo, il dubbio, dichiarato apertamente, è che essa abbia un carattere “prevalentemente punitivo” nei confronti della magistratura. Il punto politico è tutto qui. Si sta concentrando tempo, energie e risorse su un assetto ordinamentale, la separazione delle carriere, presentato come “panacea”, ma ritenuto dalla stessa magistratura “ininfluente” sulle disfunzioni reali e persino capace di peggiorarle.
Nordio respinge le accuse: “blasfemo” parlare di condizionamento
Il governo, con il ministro Carlo Nordio, respinge ogni accusa. Il Guardasigilli sostiene che la riforma non sia “né contro né a favore di nessuno”, non abbia intento “persecutorio” e non debba produrre “effetti politici”. Arriva persino a definire “blasfemo” attribuire all’esecutivo la volontà di limitare l’autonomia giudiziaria. Tuttavia, le parole non bastano a dissolvere il sospetto, la riforma nasce e cresce dentro un clima di delegittimazione della magistratura alimentato da anni, e che oggi trova nella consultazione referendaria un detonatore ulteriore.
La frase che tradisce la politica: “gioverebbe anche al Pd”
A rendere ancora più fragile la narrazione di una riforma neutra e “tecnica” contribuiscono alcune uscite dello stesso ministro che ne tradiscono la matrice di opportunità politica. Nordio, infatti, si è detto «stupito che Schlein non capisca che gioverebbe anche al Pd», frase che, più di molte critiche esterne, conferma l’evidenza, la riforma viene presentata come strumento utile agli equilibri e ai vantaggi del ceto politico, non come risposta ai diritti dei cittadini o alla funzionalità della giustizia. Se davvero un intervento costituzionale sulla giurisdizione viene promosso in base alla convenienza dei partiti, e non alla sua utilità sistemica, è inevitabile che maturi il sospetto di un disegno orientato più al consenso che alla soluzione dei problemi.
Un ex magistrato alla guida della contraddizione
Nordio, ex magistrato, è il fulcro di questa contraddizione, proprio chi proviene dall’interno della giurisdizione ha finito per avallare un intervento che, nell’opinione diffusa tra le toghe, ha “sapore politico” più che riformatore. Non perché proponga un modello coerente di efficienza, ma perché non incide su ciò che serve davvero, tempi certi dei processi, esecuzione della pena, digitalizzazione, organici, investimenti e strumenti operativi.
Il rischio è evidente, aumentare i costi di mantenimento della macchina giudiziaria, con nuovi assetti, nuovi equilibri, nuove strutture, senza alcun miglioramento dell’azione giudiziaria, né in termini di garanzie né in termini di risultati per i cittadini. Il tutto mentre cresce la tensione, si irrigidiscono le posizioni e il dialogo si trasforma in muro contro muro.
Se la giustizia è davvero un servizio essenziale per la democrazia, allora l’Italia non può permettersi riforme simboliche. Può permettersi solo riforme che funzionano. E oggi, la magistratura sta dicendo con forza che questa non lo farà.
