RAI allo sbando: lottizzazione, paralisi e perdita di credibilità

Dallo stallo in Vigilanza alla figuraccia olimpica: la RAI paga scelte politiche senza qualità

RAI Radiotelevisione Italiana

La RAI attraversa una delle fasi più difficili della sua storia recente. Non si tratta solo di tensioni editoriali o di fisiologici conflitti interni, ma di una crisi strutturale che investe il cuore della governance del servizio pubblico. Scioperi diffusi, regolamenti di conti tra conduttori, attacchi incrociati tra programmi e una crescente percezione di disordine editoriale sono il riflesso di un problema più profondo, la paralisi istituzionale e la volontà di lottizzazione da parte della maggioranza di governo.

Da oltre un anno la Commissione parlamentare di Vigilanza RAI è di fatto bloccata. La maggioranza diserta sistematicamente le sedute, facendo mancare il numero legale e impedendo l’elezione del presidente del Consiglio di amministrazione. Una strategia deliberata che ha prodotto tredici “fumate nere” consecutive, svuotando di senso uno degli organi fondamentali di controllo sul servizio pubblico. La designazione di Simona Agnes da parte del MEF resta sospesa, mentre l’azienda opera senza una figura di garanzia pienamente legittimata.

In questo contesto, la presidente della Commissione, Barbara Floridia, ha convocato l’amministratore delegato Giampaolo Rossi, su richiesta delle opposizioni. Un atto dovuto, che fotografa però la gravità dello stallo, senza Vigilanza operativa, vengono meno il controllo parlamentare, il pluralismo e la trasparenza. Le audizioni sono bloccate, le decisioni strategiche rinviate, mentre l’azienda perde credibilità e ascolti.

Parallelamente, si consuma una guerra interna che ha un bersaglio sempre più evidente, Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report. Attacchi mediatici, agguati televisivi senza contraddittorio e segnalazioni all’Agcom si susseguono in modo unidirezionale. È difficile non leggere questa offensiva come un tentativo di normalizzazione di una delle poche voci realmente investigative del servizio pubblico, percepita come scomoda e non allineata alla narrazione governativa.

Il caos editoriale si intreccia con il tradizionale “valzer delle poltrone”, oggi più che mai dominato da logiche di appartenenza politica. Le indiscrezioni sulle future nomine ai vertici dei telegiornali e delle reti raccontano una corsa alla spartizione che sembra avere come criterio principale la fedeltà, non la competenza. Ed è qui che la crisi diventa anche reputazionale.

Lo scandalo legato a Paolo Petrecca, dopo la discussa gestione e telecronaca dell’inaugurazione olimpica, ha esposto la RAI a una brutta figura internazionale. Un episodio che va oltre il singolo caso e pone una questione di fondo, anche ammesso, e non concesso, che una maggioranza voglia occupare spazi di potere nel servizio pubblico, è inaccettabile che ciò avvenga sacrificando qualità, professionalità e credibilità. La lottizzazione senza competenza produce mediocrità, e la mediocrità, in un’azienda come la RAI, diventa un danno per l’intero Paese.

Il servizio pubblico non è un bottino elettorale. È un’infrastruttura democratica essenziale, soprattutto in una fase di forte polarizzazione politica. Continuare a bloccare la Vigilanza, piegare le nomine a logiche di partito e tollerare attacchi interni pilotati significa indebolire ulteriormente un’istituzione già fragile. La RAI non ha bisogno di fedelissimi, ma di dirigenti capaci. E su questo, oggi, la maggioranza sembra non voler, o non saper, rispondere.