La convocazione degli ambasciatori dell’Unione Europea da parte dell’Iran non è un gesto diplomatico, è l’ennesimo atto di propaganda aggressiva di un regime che pretende rispetto mentre calpesta il diritto alla vita dei propri cittadini. Teheran protesta perché Bruxelles ha inserito le Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, i cosiddetti Pasdaran) nella lista dei gruppi terroristici. Ma a essere sotto processo, oggi, non è l’UE, è un sistema di potere che ha trasformato la repressione in governo e la paura in politica.
Le proteste scoppiate a gennaio nella capitale e nel resto del Paese non sono state gestite come manifestazioni civili, bensì come una “minaccia esistenziale” da eliminare fisicamente. Le testimonianze e le immagini filtrate dall’Iran descrivono una repressione brutale, uomini armati che sparano, picchiano, sequestrano. Le unità Basij, direttamente legate ai Pasdaran, sono state decisive nel soffocare la rivolta. Non siamo di fronte a “incidenti” o “eccessi”, la violenza è stata sistematica, organizzata, deliberata. A Teheran i manifestanti sono stati uccisi a sangue freddo, come avvertimento collettivo. Il messaggio del regime è stato chiaro, chi contesta muore.
In questo contesto, la scelta europea di designare i Pasdaran come organizzazione terroristica appare non solo legittima, ma tardiva. Gli Stati Uniti e il Canada avevano già adottato misure analoghe. L’Europa, tradizionalmente più prudente, ha preferito a lungo la via dell’ambiguità, condanne verbali senza conseguenze reali, diplomazia senza deterrenza, “dialogo” anche quando il dialogo veniva usato da Teheran come copertura per rafforzare la propria macchina repressiva. Oggi quella stagione è finita, ed è un bene.
Inserire i Pasdaran nella lista dei gruppi terroristici è il minimo. Non è una vendetta, non è un’escalation, è un riconoscimento formale di una realtà politica. I Pasdaran non sono una semplice forza armata nazionale. Sono un apparato parallelo, ideologico, paramilitare ed economico, che controlla porzioni decisive dello Stato iraniano e una fetta consistente della sua economia. Agiscono come guardia pretoriana del potere clericale, come rete di interessi e come struttura operativa di coercizione. Reprimono, incarcerano, intimidiscono. E quando serve, uccidono.
La risposta iraniana, definire “terroriste” tutte le forze armate europee, è patetica nella forma e inquietante nella sostanza. È la classica logica del regime assediato, ribaltare l’accusa per negare la realtà. Una retorica che ha un solo obiettivo, guadagnare tempo, mantenere il controllo interno, e presentare la repressione come “difesa nazionale”.
Ma il mondo non può più accettare che un regime massacrante venga trattato come un interlocutore normale. La diplomazia non può essere l’alibi dell’indifferenza. Se l’Unione Europea vuole davvero difendere i valori che proclama, dignità umana, libertà, democrazia, deve partire da qui, chiamare le cose con il loro nome. I Pasdaran sono stati un’arma di terrore contro il loro stesso popolo. Metterli in lista è soltanto il primo passo.
