Una petroliera russa non basta a lavare la coscienza di Trump

Cuba resta ostaggio di una strategia americana che usa energia, scarsità e collasso sociale come strumenti di pressione geopolitica

Sea Horse, batte bandiera di Hong Kong trasporta circa 200.000 barili di carburante di origine russa

Donald Trump ha costruito una parte della sua politica verso Cuba su un principio brutale, soffocare economicamente l’isola per piegarla politicamente. Non si è trattato di una strategia diplomatica, ma di una coercizione deliberata. Tagliare il petrolio, restringere i canali commerciali, inasprire l’embargo e aggravare l’isolamento internazionale non aveva come obiettivo il benessere del popolo cubano, bensì l’illusione di provocare un collasso tale da rendere inevitabile un cambio di regime.

Quel disegno, tuttavia, non è riuscito.

Cuba è entrata in una crisi durissima, ma non si è arresa. A pagare il prezzo più alto non è stata la dirigenza del Partito comunista, bensì la popolazione, famiglie senza elettricità, ospedali in affanno, trasporti paralizzati, scarsità di carburante e beni essenziali. In altre parole, il popolo è stato trasformato nel campo di battaglia di una guerra economica presentata, con cinismo, come battaglia per la libertà.

Per questo le parole pronunciate ora da Trump appaiono non solo contraddittorie, ma profondamente rivelatrici. Dire di “non avere alcun problema” se la Russia o altri Paesi vogliono vendere petrolio a Cuba, e lasciare passare una petroliera con una quantità sufficiente, secondo le stime, a garantire circa dieci giorni di autonomia, non rappresenta un gesto umanitario. È, piuttosto, la misura esatta dell’ambiguità trumpiana, prima si stringe il cappio, poi si concede un minimo d’aria, abbastanza da evitare il collasso immediato ma non abbastanza da interrompere la sofferenza.

Non è una soluzione. È gestione dell’agonia.

Il punto politico è proprio questo, Trump non rinuncia alla logica dell’assedio. La sospende quel tanto che basta per mostrarsi pragmatico, persino “compassionevole”, senza però mettere realmente in discussione la struttura di strangolamento economico che lui stesso ha contribuito a rafforzare. In sostanza, non cambia la politica; cambia soltanto il tono con cui la si racconta.

Eppure la realtà è semplice. Se davvero si ritenesse che il popolo cubano “ha bisogno di riscaldamento, raffreddamento e tutte le altre cose”, allora la risposta coerente sarebbe una sola, smettere di usare fame, energia e medicinali come strumenti di pressione geopolitica. Non esiste alcuna credibilità morale nel dichiararsi preoccupati per i civili dopo aver contribuito a costruire le condizioni della loro disperazione.

La verità è che Washington, sotto Trump, ha continuato a trattare Cuba non come una nazione sovrana con cui confrontarsi, ma come un territorio da piegare fino alla resa. E quando la resa non arriva, allora si concede una tregua minima, utile più all’immagine degli Stati Uniti che alla sopravvivenza dei cubani.

Trump non ha “salvato” Cuba lasciando passare una petroliera russa. Ha soltanto confermato che il suo obiettivo non era mai la democrazia o il benessere dei cubani, ma il controllo politico dell’isola attraverso la pressione economica. E oggi, consentendo un rifornimento che prolunga appena di qualche giorno la sopravvivenza energetica del Paese, non interrompe il supplizio, lo amministra.