Si chiude con una sentenza di proscioglimento il capitolo giudiziario più buio per Chiara Ferragni. L’imprenditrice digitale è stata assolta dall’accusa di truffa aggravata per il cosiddetto “Pandoro Gate”, una vicenda che per due anni ha scosso l’impero dell’influencer e il mondo del marketing solidale. A determinare l’esito del processo sono stati due fattori chiave: l’esclusione dell’aggravante della “minorata difesa” e l’applicazione dei nuovi meccanismi di procedibilità introdotti dalla Riforma Cartabia.
Il nodo della procedibilità
Il cuore della vicenda legale non ha riguardato solo il merito della condotta, ma la natura stessa del reato. La Procura di Milano contestava inizialmente la truffa aggravata, reato che – per la sua gravità – è procedibile d’ufficio, ovvero indipendentemente dalla volontà delle vittime di sporgere denuncia.
Tuttavia, il giudice della terza sezione penale, Ilio Mannucci Pacini, non ha riconosciuto l’aggravante contestata (quella legata alla presunta debolezza dei consumatori online). Senza l’aggravante, il reato è stato derubricato in truffa semplice, la quale, proprio a causa della Riforma Cartabia, è oggi punibile esclusivamente dietro querela di parte.
L’effetto dei risarcimenti
È qui che entra in gioco la strategia riparatoria adottata dalla Ferragni nei mesi precedenti. L’influencer aveva infatti già provveduto a: versare 1 milione di euro all’Ospedale Regina Margherita di Torino (donazione inizialmente promessa e non effettuata). Inoltre, ha raggiunto un accordo transattivo con il Codacons, risarcendo i consumatori che avevano acquistato il pandoro e le uova di Pasqua “incriminate” con una somma complessiva stimata intorno ai 3,4 milioni di euro.
Grazie a questi risarcimenti, il Codacons e le altre parti offese hanno ritirato le querele. Secondo i dettami della Riforma Cartabia, in assenza di una querela valida e persistente per un reato di truffa semplice, il giudice non può far altro che dichiarare il “non luogo a procedere”.
“Finito un incubo”
“Sono commossa, è finito un incubo”, ha dichiarato Chiara Ferragni uscendo dal tribunale di Milano, visibilmente sollevata. La sentenza mette fine a un procedimento che aveva portato al crollo di numerose partnership commerciali e a una crisi d’immagine senza precedenti.
Sebbene la difesa parli di “assoluzione piena” e di “giustizia fatta”, tecnicamente si tratta di un’estinzione del reato per ragioni procedurali, rese possibili dalla volontà dell’imputata di sanare il danno economico provocato. La vicenda lascia però un solco profondo nel diritto italiano, confermando come la riforma del processo penale stia spostando il baricentro verso una giustizia di tipo “riparativo”, dove il ristoro della vittima può prevalere sulla sanzione detentiva.
