C’è una parola che, più di ogni altra, riassume la linea difensiva adottata dal governo sul caso Delmastro: “leggerezza”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’ha usata per ridimensionare una vicenda che, a ben vedere, appare tutt’altro che marginale. Ma è davvero sufficiente evocare la leggerezza per archiviare rapporti societari con soggetti legati, direttamente o indirettamente, a contesti mafiosi?
Il punto politico non è stabilire responsabilità penali, che spettano esclusivamente alla magistratura. Il punto è valutare il comportamento istituzionale di chi ricopre un ruolo delicato come quello di sottosegretario alla Giustizia. Andrea Delmastro non è un amministratore qualsiasi, è parte dell’apparato che dovrebbe incarnare il rigore dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata.
Eppure, secondo quanto emerge, lo stesso Delmastro ha partecipato alla costituzione di una società insieme a una giovane imprenditrice legata a un contesto familiare già attenzionato per reati di mafia. Non si tratta di una fotografia occasionale o di una conoscenza superficiale, ma di un rapporto economico formalizzato, con quote societarie e interessi condivisi. È qui che la “leggerezza” smette di essere una giustificazione e diventa, semmai, un’aggravante politica.
La difesa del governo appare allora fragile, se non addirittura preoccupante. Minimizzare significa accettare implicitamente che un rappresentante delle istituzioni possa non verificare adeguatamente con chi entra in affari. Significa tollerare una zona grigia che la politica dovrebbe invece respingere con fermezza.
Ancora più discutibile è la posizione del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui “non ci si deve dimettere per una fotografia”. Ma qui non si tratta di una fotografia, si tratta di una scelta, di un atto consapevole, di una partecipazione societaria che implica responsabilità e valutazioni preventive. Ridurre tutto a un’immagine equivale a svuotare il problema della sua sostanza.
Il cuore della questione è etico prima ancora che giudiziario. La Costituzione impone ai rappresentanti pubblici di esercitare le proprie funzioni “con disciplina e onore”. Non è una formula retorica, ma un principio vincolante. Significa evitare non solo l’illegalità, ma anche qualsiasi comportamento che possa compromettere la credibilità delle istituzioni.
In questo caso, la credibilità appare incrinata. Non perché vi sia una condanna nei confronti del sottosegretario (ne ha già una), ma perché emerge un deficit di attenzione, o peggio, di consapevolezza, incompatibile con il ruolo ricoperto. Chi opera nel campo della giustizia non può permettersi di ignorare contesti, nomi, precedenti. Non può permettersi di scoprire “dopo” ciò che era già noto “prima”.
Le richieste di dimissioni avanzate dalle opposizioni non sono dunque un attacco strumentale, ma una conseguenza politica coerente con i fatti emersi. In una democrazia matura, la responsabilità politica non coincide con quella penale,è più ampia, più esigente, più immediata.
La scelta della premier Meloni di difendere Delmastro, riducendo tutto a un errore di valutazione, rischia di trasformarsi in un boomerang. Difendere l’indifendibile significa indebolire l’intero impianto istituzionale, soprattutto quando si tratta di temi sensibili come il contrasto alla mafia.
Il problema non è solo la “leggerezza” di un singolo sottosegretario. Il problema è la leggerezza con cui essa viene trattata ai vertici dello Stato. Ed è una leggerezza che, questa volta, pesa.
