Nessuno è al di sopra della legge, nemmeno un Windsor

Starmer mantiene la linea: la giustizia non conosce titoli né privilegi

Andrea Mountbatten-Windsor

Londra non guarda in faccia a nessuno. Neppure al fratello del sovrano. L’arresto di Andrea Mountbatten-Windsor, ex duca di York, segna uno spartiacque nella storia moderna della monarchia britannica, per la prima volta un membro di alto rango della famiglia reale viene fermato dalla polizia con l’accusa di abuso d’ufficio nell’ambito delle indagini collegate allo scandalo Epstein.

Il fermo è avvenuto a Wood Farm, nella tenuta reale di Sandringham, dove Andrea risiedeva dopo essere stato allontanato dal Royal Lodge. Sessantasei anni compiuti nel giorno più difficile della sua vita pubblica, una camera di sicurezza, un interrogatorio, fino a 96 ore di custodia cautelare se autorizzata dalla magistratura.

L’accusa, al momento non formalizzata come incriminazione, riguarda la presunta condivisione di informazioni riservate con il finanziere americano Jeffrey Epstein tra il 2010 e il 2011, quando Andrea ricopriva il ruolo di emissario commerciale del governo britannico in Asia. Un filone d’inchiesta che si aggiunge agli altri aperti nel Regno Unito sui riflessi interni della rete di traffico sessuale orchestrata dal faccendiere statunitense.

Ma il punto politico è un altro. Il primo ministro Keir Starmer, intervistato dalla BBC, era stato chiarissimo già prima dell’arresto:

«Uno dei pilastri del nostro sistema è che nessuno è al di sopra della legge».

Non una frase rituale. Non una dichiarazione di circostanza. Un principio applicato.

In una monarchia costituzionale che spesso viene percepita come simbolo di tradizione e privilegio, l’azione delle autorità britanniche dimostra invece una rigidità istituzionale che non arretra davanti al blasone. Il fratello di Carlo III non gode di immunità morale né politica. La Corona si dissocia, il governo ribadisce l’autonomia della giustizia, la polizia procede.

È questo l’elemento che colpisce l’opinione pubblica internazionale, la normalità dell’eccezionale.

Andrea era già precipitato in disgrazia dopo le rivelazioni di Virginia Giuffre e le cause civili negli Stati Uniti. Carlo III lo aveva privato dei titoli e dei ruoli ufficiali. Ma il gesto simbolico non bastava. Ora la vicenda entra nel perimetro penale, con un’indagine formale e un arresto eseguito come per qualunque altro cittadino.

Non è la prima volta che la monarchia britannica attraversa tempeste giudiziarie, ma negli ultimi secoli nessun reale di rango così elevato era finito in custodia di polizia per reati gravi. Per trovare precedenti bisogna tornare alla tragedia del processo a Carlo I d’Inghilterra nel 1649, evento che cambiò la storia costituzionale del Paese.

La differenza, oggi, è la maturità dello Stato di diritto.

Le indagini coinvolgono più forze di polizia britanniche e si estendono anche alla verifica di eventuali omissioni da parte di agenti assegnati alla protezione reale. La macchina istituzionale procede, senza clamori rivoluzionari ma con una freddezza quasi amministrativa.

Nel Regno Unito la monarchia sopravvive proprio perché accetta di non essere intoccabile.
Il potere simbolico resta, ma il potere legale appartiene alla legge.

L’arresto di Andrea non è solo un fatto giudiziario. È un messaggio politico, la stabilità britannica non si fonda sull’impunità, ma sulla responsabilità. La famiglia reale può essere rispettata, perfino venerata da una parte dell’opinione pubblica, ma quando emerge il sospetto di un reato interviene la polizia, non la protezione del privilegio.

In tempi in cui molte democrazie faticano a dimostrare che il principio di uguaglianza davanti alla legge è reale e non retorico, Londra offre una dimostrazione concreta.

Nessuno è al di sopra della legge.

Nemmeno il fratello del re.