In Italia si continua a morire sul lavoro. Nei primi dieci mesi del 2025 le denunce per incidenti mortali presentate all’Inail sono state 889, in aumento rispetto alle 877 registrate nello stesso periodo del 2024. Un dato che conferma come la strage quotidiana non accenni a fermarsi, nonostante annunci, decreti e promesse.
Nelle scorse settimane la Camera ha approvato il decreto Sicurezza lavoro, pensato per rafforzare la tutela della salute nei luoghi di lavoro. Ma, nei fatti, l’impatto reale di questo provvedimento appare insufficiente di fronte a un’emergenza che ha ormai i contorni di una crisi strutturale.
Marco Bazzoni: “Dietro ogni morte c’è una famiglia distrutta”
A denunciare l’inadeguatezza delle misure è Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, da oltre vent’anni impegnato in una battaglia pubblica contro le morti sul lavoro.
Secondo Bazzoni, il decreto appena approvato non è in grado di incidere su quella che definisce una vera e propria “mattanza quotidiana”. Le vittime non sono statistiche: sono uomini e donne che hanno perso la vita mentre cercavano di garantire un futuro dignitoso a sé e ai propri cari.
Ogni morte lascia dietro di sé figli senza genitori, genitori senza figli, famiglie spezzate, un dolore che non trova spazio nei freddi bollettini ufficiali.
Lavoro e sicurezza: ispezioni insufficienti e controlli fantasma
Uno dei nodi centrali resta la carenza di controlli. Il personale ispettivo delle Asl e dell’Ispettorato nazionale del lavoro è da anni drasticamente insufficiente. Le 300 nuove assunzioni annunciate dal governo non sono minimamente proporzionate alla realtà del Paese: circa 5 milioni di imprese attive.
Con gli organici attuali, un’azienda rischia di ricevere un’ispezione una volta ogni 15 o 20 anni. In pratica, quasi mai. In questo contesto, il rispetto delle norme diventa facoltativo e chi viola le regole lo fa con la ragionevole certezza di non essere scoperto.
Morti evitabili sul lavoro in un’epoca di tecnologia avanzata
Nel 2025 non si muore per fatalità. Le impalcature non crollano per destino, i macchinari non uccidono per sfortuna. Si muore per mancata manutenzione, per assenza di dispositivi di sicurezza, per turni massacranti e per ritmi di lavoro disumani.
Cadute dall’alto, schiacciamenti, avvelenamenti, investimenti: sono tragedie che potrebbero essere evitate con procedure adeguate e investimenti minimi. Eppure si continua a risparmiare sulla sicurezza, perché farlo conviene.
Precarietà e ricatto: lavorare rischiando la vita
La diffusione di contratti precari, la frammentazione degli appalti e la facilità di licenziamento hanno creato un clima di ricatto permanente. Molti lavoratori sanno che denunciare condizioni insicure significa perdere il posto.
La regola non scritta è semplice e brutale: accettare qualsiasi rischio o restare senza reddito. In questo contesto, la sicurezza diventa un lusso e la vita dei lavoratori una variabile sacrificabile.
Sul posto di lavoro, quindicimila morti in dieci anni, nessun colpevole
Negli ultimi dieci anni oltre 15.000 lavoratori hanno perso la vita perché le norme sulla sicurezza sono state ignorate o aggirate. Eppure, in un Paese dove le carceri sono sovraffollate, non esiste un solo imprenditore detenuto per queste morti.
La mancanza di processi rapidi e la quasi totale assenza di certezza della pena alimentano un sistema di impunità che rende il crimine conveniente: uccidere un lavoratore costa meno che rispettare la legge.
Complicità istituzionali e silenzi assordanti
Le ispezioni sono poche non solo per carenza di personale, ma anche per una precisa scelta politica: non “disturbare” il mondo delle imprese. Chi prova a svolgere controlli veri, improvvisi e rigorosi, rischia l’isolamento professionale.
Nel sistema degli appalti, le responsabilità si disperdono. Regioni e Comuni, indipendentemente dal colore politico, raramente bloccano cantieri per violazioni sulla sicurezza. Anche la magistratura, salvo eccezioni, fatica a rompere questo schema.
Una strage di profitto che continua
Le morti sul lavoro non sono incidenti: sono il risultato di un modello economico che mette il profitto davanti alla vita. Un sistema che si regge su affari, complicità istituzionali e assuefazione collettiva.
Finché questa strage non verrà riconosciuta per ciò che è — una violazione sistematica dei diritti fondamentali — continuerà indisturbata. E a pagare saranno sempre gli stessi: lavoratori e lavoratrici che chiedevano solo di poter vivere del proprio lavoro, non di morire per esso.
