Nel pieno della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, il dibattito politico italiano conosce una nuova escalation che rischia di compromettere non solo il confronto democratico, ma anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Al centro delle polemiche c’è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, uno degli uomini più vicini alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La battuta che accende lo scontro
La miccia è una battuta pronunciata in un contesto informale con i cronisti, secondo Fazzolari, il presidente russo Vladimir Putin “voterebbe no” al referendum, dal momento che in Russia non esiste la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Una frase liquidata successivamente come ironica, ma che ha prodotto un effetto politico dirompente. Il messaggio implicito, secondo le opposizioni, è chiaro, chi vota “no” sarebbe accomunabile a una visione autoritaria dello Stato e delle istituzioni.
Il monito del Colle e la risposta delle opposizioni
La reazione più dura è arrivata dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein, che ha accusato il sottosegretario di aver ignorato il monito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale aveva invitato tutte le forze politiche ad abbassare i toni e a evitare la politicizzazione del referendum. Al contrario, secondo Schlein, le parole di Fazzolari rappresentano l’ennesimo tassello di una strategia di delegittimazione della magistratura, portata avanti da settori della maggioranza attraverso dichiarazioni e campagne social che minano la fiducia nelle istituzioni di garanzia.
Una strategia che va oltre l’episodio
Non si tratta di un episodio isolato. Da settimane, esponenti di primo piano del centrodestra insistono su un racconto che dipinge la magistratura come un potere ostile, ideologizzato o addirittura antagonista rispetto alla volontà popolare. In questo contesto, la sortita di Fazzolari assume un significato che va oltre la battuta, suggerire un parallelismo, anche solo evocato, tra il fronte del “no” e il modello russo significa spostare il confronto dal merito della riforma a un terreno simbolico e divisivo, dove l’avversario politico viene delegittimato sul piano democratico.
L’accusa di delegittimazione
Il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia ha parlato di dichiarazioni “vergognose”, sottolineando come il sottosegretario abbia finito per accomunare tutti i contrari alla riforma a una visione autoritaria dello Stato. Un’accusa che pesa, soprattutto perché proviene da un esponente che opera quotidianamente a stretto contatto con la premier e che ne interpreta spesso la linea politica.
Il rischio di un plebiscito ideologico
Il rischio, sempre più evidente, è che il referendum sulla giustizia venga trasformato in un plebiscito ideologico, anziché restare un momento di confronto serio su un tema delicatissimo come l’equilibrio tra i poteri dello Stato. In questo scenario, le parole contano. E quando arrivano da figure apicali dell’esecutivo, assumono un valore istituzionale che non può essere derubricato a semplice ironia.
Linguaggio pubblico e tenuta democratica
Il richiamo di Mattarella alla sobrietà non era un invito formale, ma un avvertimento sostanziale, la tenuta democratica passa anche dal rispetto reciproco tra i poteri e dalla qualità del linguaggio pubblico. Ignorarlo significa alimentare una spirale di sfiducia che, al di là dell’esito del referendum, rischia di lasciare segni profondi nel rapporto tra cittadini, politica e istituzioni.
