Melillo smonta la riforma della giustizia

Dal procuratore nazionale antimafia un giudizio netto: il referendum indebolisce il pubblico ministero e mette a rischio l’equilibrio costituzionale

Giovanni Melillo - Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo

Nel dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum che la accompagna, l’intervento del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo assume un peso politico e istituzionale che va ben oltre la contingenza. In poche, misurate parole, Melillo ha smontato l’impianto della riforma, indicando con chiarezza i rischi sistemici che essa comporta e, di fatto, orientando verso un voto contrario.

Il cuore della sua critica riguarda l’indebolimento del ruolo del pubblico ministero. Non si tratta di una difesa corporativa, ma di una valutazione fondata sull’esperienza concreta delle indagini più complesse, quelle che si muovono sui terreni scivolosi della corruzione politico-amministrativa, dei mercati d’impresa infiltrati dal riciclaggio, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali. In questi ambiti, avverte Melillo, le pressioni politico-mediatiche sono già oggi una realtà. Ridurre i poteri di direzione delle indagini del PM significa rendere quelle pressioni più efficaci e meno contrastabili.

Il riferimento storico è inevitabile. L’idea di “azzerare” le inchieste più scomode attraverso interventi legislativi a raffica richiama una stagione già vissuta durante i governi Berlusconi, quando il conflitto tra potere politico ed esercizio dell’azione penale raggiunse livelli di aperta ostilità. Oggi il rischio non è meno concreto, anche perché il progressivo logoramento dell’immagine del PM è già in atto e crea il terreno culturale favorevole a riforme sbilanciate.

La campagna referendaria, segnata da acrimonia e strumentalizzazioni, conferma questa deriva. In essa emerge con evidenza l’intenzione di chi rivendica una drastica riduzione dei poteri di controllo e di garanzia propri della giurisdizione. Melillo, che oggi guida l’ufficio creato da Giovanni Falcone e che con lui condivise una visione riformatrice della magistratura, legge in questa spinta un pericolo per l’equilibrio costituzionale. Non a caso guarda con allarme al metodo con cui la riforma è stata gestita dall’attuale ministro Carlo Nordio, una logica di prova di forza che contraddice la natura stessa di un’architettura costituzionale delicata e preziosa, che dovrebbe essere trattata come bene comune.

Particolarmente critica è la valutazione sulle modifiche al CSM. La previsione di due futuri Consigli composti da magistrati sorteggiati, secondo Melillo, non rafforza l’indipendenza ma apre la strada a processi di ripiegamento burocratico e micro-corporativo. Il risultato sarebbe una deresponsabilizzazione istituzionale, con effetti negativi sulla qualità dell’autogoverno e sullo statuto identitario del magistrato.

Il punto decisivo, però, è politico in senso alto. Melillo non difende un assetto per inerzia, ma richiama il principio del pluralismo dei contributi e del dialogo come fondamento di ogni riforma costituzionale. Una riforma che divide, che forzatamente semplifica problemi complessi e che indebolisce i presìdi di legalità non può essere condivisa.

Da qui l’indicazione, neppure troppo implicita, di votare NO. Non per conservatorismo, ma per difendere l’equilibrio tra poteri, l’efficacia dell’azione penale e la credibilità della giustizia. In gioco non c’è solo l’assetto del PM, ma la capacità dello Stato di contrastare davvero i poteri criminali ed economici che minacciano la democrazia.