Medio Oriente, la guerra dell’improvvisazione

L’asse Trump-Netanyahu trascina il mondo in una crisi globale mentre la Casa Bianca fatica persino a spiegare gli obiettivi del conflitto

Donald Trump

Nel momento in cui il mondo avrebbe bisogno di chiarezza, dalla Casa Bianca arriva invece una nebbia di contraddizioni. Donald Trump ha scelto di descrivere la guerra con l’Iran con una formula che riassume perfettamente il caos politico e strategico di queste settimane: «Abbiamo vinto in molti modi, ma non abbiamo ancora vinto abbastanza.» Una frase che non spiega nulla, ma che rivela molto.

Se la guerra è “praticamente finita”, come ha detto in una telefonata alla CBS, perché il suo segretario alla Difesa parla dell’“inizio” della campagna? Se l’obiettivo è stato raggiunto, perché l’intervento continua? E soprattutto: quale sarebbe l’obiettivo finale? Trump oscilla tra l’annuncio implicito di una conclusione imminente e la promessa di andare “oltre”. Nel giro di pochi giorni la sua versione cambia a seconda dell’interlocutore.

Questa ambiguità non è solo retorica. È il segno di una guerra iniziata senza una strategia definita per il dopo. Il presidente americano, che per anni ha criticato le operazioni di “nation building” in Medio Oriente, ora suggerisce che il conflitto potrebbe essere l’inizio della “costruzione di un nuovo paese”. Un’idea che fino a ieri lui stesso e i suoi consiglieri avevano escluso.

Il problema è che mentre Washington cerca una narrativa, il mondo paga il prezzo reale della guerra. I mercati energetici sono in tensione, il petrolio ha superato i 100 dollari al barile e gli alleati regionali temono una spirale incontrollabile. Un conflitto regionale rischia di trasformarsi in un terremoto globale, economico e militare.

Ma il momento più inquietante della conferenza stampa non riguarda la strategia militare. Riguarda la verità.

Quando gli è stato chiesto del bombardamento di una scuola femminile a Minab, un attacco che ha ucciso circa 170 persone, la maggior parte bambini, Trump ha avanzato una teoria sorprendente, l’Iran potrebbe aver usato un missile Tomahawk. Un’arma statunitense. Secondo il presidente, Teheran avrebbe potuto procurarsela e usarla contro la propria popolazione.

Alla domanda sul perché nessun altro nel governo americano sostenga questa ipotesi, Trump ha risposto con una frase che da sola basterebbe a definire la gravità del momento: «Perché semplicemente non ne so abbastanza.»

Eppure quella mancanza di conoscenza non gli ha impedito di insinuare una responsabilità iraniana per una strage di bambini.

È una dinamica già vista nella storia delle guerre moderne, quando i fatti sono incerti, la propaganda riempie il vuoto. Ma qui il problema è più profondo. Il comandante in capo della più potente forza militare del pianeta ammette di non avere informazioni certe mentre allo stesso tempo diffonde una versione utile politicamente.

Teheran ha risposto con parole minacciose, arrivando a dire a Trump di stare attento “a non essere eliminato lui”. Un linguaggio pericoloso, che riflette quanto rapidamente la retorica stia scivolando verso un’escalation incontrollabile.

In tutto questo, Benjamin Netanyahu continua a spingere per una guerra che appare sempre più ampia e sempre meno giustificabile. L’alleanza tra la strategia militare israeliana e l’improvvisazione politica di Trump ha trascinato il mondo in una crisi che non riguarda più solo il Medio Oriente. I prezzi dell’energia, gli equilibri militari, la stabilità globale, tutto è stato coinvolto.

Le guerre possono iniziare con una decisione. Ma finiscono solo quando esiste una visione politica. Oggi quella visione non si vede.

E quando la leadership di una guerra non sa dire se il conflitto sia quasi finito o appena iniziato, il rischio è che la verità diventi la prima vittima, seguita, tragicamente, da molte altre.