Maricarmen non c’è più. La vergogna resta

A 87 anni chiedeva soltanto di morire nella propria casa. La finanza immobiliare pretendeva il 230% d'affitto in più. Il Parlamento ha respinto le misure di Sánchez e adesso la Spagna scopre quanto può costare mettere il profitto davanti alla dignità umana.

Maricarmen Abascal, 87 anni, viene trasportata su barella fino a un'ambulanza, dopo essere stata sfrattata dalla casa di Madrid dove aveva vissuto per più di sette decenni

Aveva 87 anni, una casa in cui viveva da settant’anni e una sola pretesa, morirci dentro. Ma nell’Europa civile del terzo millennio anche questo è diventato un lusso che i padroni del mattone possono negare.

María del Carmen Abascal, per tutti Maricarmen, è morta in un ospedale di Madrid. Prima, però, era stata cacciata dalla sua abitazione. Non perché fosse una criminale, una speculatrice o una pericolosa sovversiva. Semplicemente perché qualcuno aveva deciso che quelle quattro mura dovevano rendere di più.

Una società d’investimenti aveva acquistato il suo appartamento e pretendeva un aumento dell’affitto del 230 per cento. Duecentotrenta per cento. Una cifra che, applicata alla pensione di un’anziana, somiglia meno a una richiesta commerciale che a una sentenza di espulsione.

Maricarmen aveva resistito a tre tentativi di sfratto. Alla fine aveva perso. E poco dopo ha perso anche la vita.

Non sappiamo se sia stato lo sfratto a provocarne clinicamente la morte. Ma sappiamo che le è stato sottratto il diritto di trascorrere gli ultimi giorni nel luogo dove aveva vissuto per settant’anni. E questa è una responsabilità morale che nessun cavillo giuridico potrà cancellare.

Il dio denaro ha vinto la sua battaglia. Peccato che dall’altra parte ci fosse una vecchia di 87 anni.

Ora Madrid è scesa in piazza. Ventimila persone, secondo le cifre riportate, hanno marciato per ricordarla. Davanti alla sua casa si accumulano fiori, candele e biglietti. La Spagna è attraversata da un’ondata di indignazione che ha ormai superato i confini nazionali.

Ma il fatto più scandaloso è politico.

Pedro Sánchez, presidente del governo socialista, aveva tentato di intervenire con misure straordinarie per riequilibrare un mercato degli affitti diventato una giungla. Il Parlamento gliele ha bocciate, con l’opposizione delle destre e dell’estrema destra.

Naturalmente si invocheranno la libertà economica, il diritto di proprietà, la sacralità degli investimenti. Tutti principi rispettabilissimi. Purché non diventino il lasciapassare per sacrificare una persona sull’altare della rendita immobiliare.

Perché una società che protegge meglio il rendimento di un fondo che la dignità di una pensionata ha smarrito qualcosa di più importante dell’equilibrio dei conti, ha smarrito la coscienza.

Sánchez ha annunciato elezioni anticipate per il 29 novembre. E qui la vicenda potrebbe trasformarsi in un clamoroso boomerang per i suoi avversari. La legge sulla casa che non è riuscito a far approvare potrebbe diventare la sua più potente arma elettorale.

Non perché Sánchez sia un santo, né perché otto anni di governo lo assolvano dalle responsabilità della crisi abitativa. Ma perché, davanti alla tragedia di Maricarmen, gli spagnoli potrebbero domandarsi chi abbia cercato di cambiare le regole e chi abbia preferito lasciarle intatte.

La politica ha questa curiosa abitudine, considera le persone numeri finché un nome, un volto e una morte non trasformano quei numeri in una rivolta.

Maricarmen non chiedeva la rivoluzione. Chiedeva di restare a casa sua.

Gliel’hanno negato.

Adesso il mattone vale più di una vita. Ma il 29 novembre potrebbe scoprire che una scheda elettorale pesa più di un portafoglio azionario.

E sarebbe una lezione che i signori della speculazione farebbero bene a imparare.