Una discussione politica può degenerare in pochi istanti. È quanto accaduto nel confronto tra Luigi Marattin, deputato e segretario nazionale del Partito liberaldemocratico, e Antonio Esposito, insegnante, professionista del calcio e cantautore originario di Matera.
Il confronto nasce sul tema della guerra a Gaza. Marattin, intervenendo sui social, aveva messo in dubbio il numero delle vittime di un bombardamento israeliano, arrivando ad accostare le autorità palestinesi alle SS naziste. Un paragone che ha suscitato reazioni immediate e critiche accese.
Tra queste, quella di Antonio Esposito, che ha definito «indecente» il contenuto pubblicato dal parlamentare. La replica di Marattin non si è concentrata sulle argomentazioni politiche, ma sull’aspetto fisico del suo interlocutore: «davvero molto brutto», la frase che ha acceso la polemica.
Le scuse e il riferimento alla “risposta scherzosa”
In un secondo momento, dopo aver appreso che Esposito ha affrontato negli anni numerosi interventi di ricostruzione cranio-facciale, il deputato ha parlato di «errore» e di risposta «scherzosa», porgendo le proprie scuse.
Ma l’episodio ha superato la dimensione dello scambio personale, aprendo una riflessione più ampia sul linguaggio utilizzato da chi ricopre incarichi istituzionali. Il punto centrale non è soltanto l’offesa in sé, bensì il ruolo pubblico di chi la pronuncia e il messaggio che ne deriva.
Antonio Esposito: «Un senso di gelo»
Abbiamo raccolto la testimonianza di Antonio Esposito, che nel 2017 ha partecipato al Festival di Sanremo con il brano Due Eroi, sotto lo pseudonimo di Meraki.
«Ho provato un senso di gelo», racconta. «Non tanto per l’insulto in sé, quanto per la sensazione di assistere allo smarrimento del senso del ruolo istituzionale. È stato come vedere crollare un argine».
Esposito descrive l’episodio come un ritorno improvviso a fragilità personali che credeva ormai superate: «È stato come se poche parole avessero tentato di scalfire anni di ricostruzione interiore, oltre che fisica».
Il rifiuto di un’etichetta clinica
L’insegnante sceglie di non rendere pubblica la propria patologia. Una decisione che rivendica con fermezza: «Non voglio che la mia identità venga rinchiusa in una diagnosi. La dignità non deve dipendere da un certificato medico».
Negli anni ha affrontato numerosi interventi di ricostruzione cranio-facciale e lunghi periodi di ospedalizzazione. Tuttavia, sottolinea un principio che va oltre la propria esperienza personale: «Il rispetto è dovuto in quanto persona, non in quanto caso clinico. Anche chi soffre per un’unghia incarnita merita la stessa cura nel linguaggio di chi affronta prove più visibili».
Per Esposito, il rispetto non è un riconoscimento graduato in base alla sofferenza subita, ma un diritto universale.
Il clima pubblico e il confine tra ironia e crudeltà
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio che riguarda il tono del dibattito pubblico. «Viviamo un clima di imbarbarimento», osserva Esposito, «in cui la sguaiataggine viene scambiata per schiettezza e la crudeltà per ironia».
Il caso solleva interrogativi sul peso educativo del linguaggio utilizzato da chi rappresenta le istituzioni. Quando il confronto politico scivola sull’attacco personale, il rischio è quello di legittimare un modello comunicativo che normalizza l’offesa e impoverisce il dibattito democratico.
Al di là delle scuse successive, resta la domanda di fondo: quale livello di responsabilità deve accompagnare la parola pubblica? In un’epoca in cui i social amplificano ogni dichiarazione, il confine tra opinione e aggressione diventa sempre più sottile — e sempre più decisivo.
