Era la priorità assoluta dichiarata e ripetuta a più riprese dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: evitare a ogni costo che la fiammata sui prezzi di benzina e gasolio scaricasse le sue onde d’urto sul comparto dei trasporti, contagiando la grande distribuzione e accendendo la miccia dell’inflazione sui beni di prima necessità. Un’ossessione motivata dalla paura di un’esplosione di rabbia popolare.
A distanza di sei mesi, quel panorama da incubo evocato dall’esecutivo si è puntualmente concretizzato. Il Mezzogiorno è oggi il teatro di una mobilitazione diffusa e rabbiosa che vede alleati autotrasportatori e agricoltori, messi in ginocchio dal costo insostenibile del carburante e strangolati dalle speculazioni sui listini alimentari della grande distribuzione.
Mance, passerelle e la solita propaganda
Eppure la maggioranza aveva investito molto nel coccolare una platea elettorale storicamente vicina alla destra. A maggio, di fronte alla minaccia di uno sciopero di cinque giorni annunciato dalle sigle di categoria contro l’inefficacia del semplice taglio delle accise (misura messa a dura prova dalle tensioni internazionali sull’Iran), la presidente Giorgia Meloni aveva aperto in grande stile le porte di Palazzo Chigi.
Il risultato? Una stretta di mano fotogenica e l’impegno a triplicare il credito d’imposta per l’acquisto di carburante, portando la dotazione finanziaria a 300 milioni di euro totali tra sgravi fiscali e sburocratizzazioni. La propaganda di maggioranza si affrettò a celebrare l’accordo come una lezione di buongoverno impartita alle opposizioni. Una narrazione ripetuta anche a luglio con ulteriori concessioni e proroghe per il settore.
Tuttavia, anziché affrontare in modo strutturale le storture della filiera energetica e distributiva, si è preferito procedere per tamponamenti successivi, offrendo mance temporanee nella speranza che la tempesta passasse da sola.
Quando finiscono i soldi, finisce la pazienza
La strategia delle pezze a colori si è infranta alle prime avvisaglie dei blocchi stradali in Puglia e Calabria, poi dilagati nel resto del Sud. Nonostante i ripetuti campanelli d’allarme lanciati persino dai governatori di centrodestra di Calabria, Basilicata e Sicilia, l’esecutivo si è ritrovato a mani vuote.
Sotto la pressione di conti pubblici fragili, mercati finanziari instabili e un debito da record, il rigore imposto dalla legge di bilancio ha chiuso i rubinetti. La mossa d’emergenza tentata dalla Premier, negoziare con Eni e le altre compagnie petrolifere un ribasso dei prezzi senza costi per lo Stato, si è rivelata un boomerang. Presentare come un successo tariffe ferme su livelli altissimi (1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel, sgraditamente appesantiti dal ridimensionamento del taglio delle accise) ha finito per esasperare ulteriormente gli animi degli operatori.
E mentre per giorni le proteste del Mezzogiorno sono state tenute a margine del dibattito pubblico, approfittando dell’attenzione mediatica catalizzata dai disordini di Milano, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida è arrivato a bollare i blocchi come illegittimi, evocando “evidenti” infiltrazioni della criminalità per screditare la piazza.
Lo scaricabarile delle promesse e i disagi per i cittadini
L’affanno nell’azione di governo è oramai palese. Le associazioni nazionali sono state convocate dal Ministero dei Trasporti per fine mese, mentre Matteo Salvini ha incontrato a Milano i rappresentanti di settore proponendo la solita ricetta: lo sblocco di 430 milioni di credito d’imposta in sospeso da luglio, l’aggiunta di 50 milioni immediati, la promessa di altri 150 milioni entro l’anno e l’ipotesi (tutta da verificare) di mezzo miliardo di incentivi al rinnovo dei mezzi nel 2027.
L’accordo per la revoca temporanea dei blocchi in Sicilia, ottenuto al prezzo di rimandare le decisioni reali, appare come un ennesimo tentativo di prendere tempo nella speranza che la rabbia sfumi.
Nel frattempo, a pagare il prezzo di questa mancanza di visione sono i cittadini e i territori. I distributori faticano a rifornirsi, i supermercati mostrano scaffali vuoti, i servizi essenziali di pulizia e i trasporti scolastici subiscono tagli per mancanza di gasolio, fino all’Università Federico II di Napoli costretta a sospendere le lezioni in presenza. Un paralisi in piena regola, figlia diretta dell’illusione che i problemi complessi si possano risolvere a colpi di mance e slogan.
